Ph.: Fonte Silvia Meo
Qualche settimana fa, ho incontrato le persone iscritte all’Università Terza Età, e ringrazio per la fiducia Grazia Depalo e il presidente Valentino Losito. Ci siamo interrogati/e sulla consapevolezza del benessere che è insieme fisico, psichico e mentale. Seguendo anche l’intuizione dei/lle partecipanti, abbiamo avviato un ragionamento intorno alle dinamiche relazionali, con sé stessi/e, con il prossimo, con la vita.
Sostengo il pensiero di Susan Sontag, nel capitolo Invecchiare: due pesi e due misure, e il saggio biografico di Lidia Ravera, Volevo essere un uomo, appena pubblicato.
Considero questa ulteriore riflessione una possibilità di chiarezza e una premessa di base. Avere 60, 70, 80 anni per una donna è diverso che per un uomo. L’uomo fa i conti con la vecchiaia, invecchia e basta; la donna segue un processo di invecchiamento reale e uno percepito. Oltre la vecchiaia, noi ci sentiamo invecchiare, a trent’anni come a sessanta. La parola storia richiama i fatti realmente accaduti e, anche, la narrazione condivisa che ne facciamo.
Sontag chiarisce bene: L’invecchiamento è un destino mobile. È una crisi inesauribile, perché l’angoscia non viene mai realmente smaltita. Essendo una crisi prodotta dall’«immaginazione», piú che dalla vita «reale», tende a ripetersi continuamente. Il territorio dell’invecchiamento (a differenza di quello della vecchiaia vera e propria) non ha confini stabili. In una certa misura, lo si può delimitare a proprio piacimento.
La produttività industriale in continua crescita e l’ininterrotta cannibalizzazione della natura pretendono la giovinezza desiderante, la forza e la possibilità di guadagnare e di spendere. Tutte siamo ancora nel modello questione femminile, modello della conquista, della vittoria, della competizione, a superare i limiti con gli altri, con le altre e con noi stesse. Davvero, non ci importa della parità, chiediamo di avere uguale valore, rimanendo diverse.
Ancora Sontag: L’invecchiamento è, piú che altro, un’ordalia dell’immaginazione – un malessere morale, una patologia sociale– che essenzialmente affligge le donne molto piú degli uomini. Sono le donne a vivere l’invecchiamento (tutto ciò che precede l’effettiva vecchiaia) con particolare disgusto, se non addirittura con vergogna.
Invecchiamo in modo sano combaciando con noi stessi/e, con il nostro nucleo essenziale. Senza figurine da imitare, senza competere con nessuno, senza la sfida di farcela necessariamente.
Possiamo registrare la realtà e, riconoscendola, modificare i rituali, le vecchie abitudini e i comportamenti che ci hanno reso infelici. Siamo diversi/e, anche da noi stessi/e di ieri. È possibile considerare il lavoro di autocoscienza, di rilettura del copione e di riscrittura parziale di un destino che pare inchiodarci.
Sì, la vecchiaia è un’età sperimentale perché ci riprendiamo i tempi e gli spazi di noi, senza dover dimostrare ad alcuno di meritarci l’esistenza. Il corpo più basso e più curvo diviene naturalmente concavo, protettivo, accogliente. Il corpo tende a riparare, a rimanere, a piantarsi.
Invecchiare è il destino di un uomo: qualcosa che gli accade perché è un essere umano. Per una donna non è soltanto un destino. Proprio perché è una donna, un essere umano definito in modo molto piú restrittivo, per lei l’invecchiamento è anche una vulnerabilità. (Sontag)
Benediciamo questa vulnerabilità perché apre la via alla curiosità, alla ricerca continua, alla inquietudine vitale. Vulnerabile, dal latino vulnerabĭlis, vulnerare, ferire. Rimaniamo feribili e, dunque, permeabili, porose, a lasciare spazi vuoti come rifugi, a consentire l’aria e l’acqua nelle relazioni. Le piccole e grandi cicatrici, le rughe, le imperfezioni della pelle, possono diventare cheminement, un itinerario fra i ricordi e le ferite psicologiche.
Non crediamo all’ottimismo patetico degli slogan e delle propagande che ci invitano ancora a sorridere e a compiacere, a festeggiare senza sapere cosa. Anche solo nel titolo di Ravera, Volevo essere un uomo, è l’orientamento del cammino, più veloce, più lento, sempre consapevole.
La realtà è nell’ombra, nello scoramento, nel peso di ogni riflessione e di ogni azione che ne consegue. Il titolo è paradossale, è adeguato a richiamare il sostegno delle proprie ragioni con energia, senza cedere alla violenza. Il titolo è bastante a nutrire l’autorità senza dominio. Sappiamo che ogni passo, per riconoscere quello che diventiamo, costa lacrime e sangue. Siamo oneste con le più giovani – l’incoraggiamento prevede la testimonianza sincera, è altra cosa dall’empowerment che invita all’espansione del sé, al controllo e, alla fine, rimaniamo nell’omologazione. La testimonianza e la resistenza rappresentano ancora una felicità senza luminarie e senza feste.
Siamo stanche. Ogni giorno, ripartiamo dalla tristezza: eh, sì, sarebbe convenuto nascere uomini. Siamo arrabbiate e abbiamo paura e, per questo, diciamo che stavamo meglio, quando stavamo peggio. Poi, incrociamo gli sguardi e le parole delle altre e capiamo che non è così: il passo indietro registrato serve per riprendere la spinta, dare lo slancio e andare avanti. Con la forza della stabilità interiore. Con la pratica dell’autocoscienza.
Per chiarezza, meno che mai accogliamo come una conquista l’ergastolo per il reato specifico di femminicidio. Chiediamo e ci impegniamo, invece, per la trasformazione psicologica e culturale, con la presa in carico della funzione pedagogica, attraverso l’analisi e la formazione psicologica, attraverso l’educazione e l’insegnamento. Il cambiamento è possibile per ogni essere umano. La punizione, la colpa, il fine pena mai non favoriscono l’assunzione di responsabilità, nutrono il paradigma della vittima, del carnefice, del controllore che facendo fuori il colpevole, illude di salvare le persone perbene.
Riprendo alcuni brani di Ravera, nel testo che ci accompagna, onesto e leale, fino a tutti i respiri:
Non hai mai voluto far parte di quel manipolo di «uome» soddisfatte che ronza attorno alle briciole di un potere ancora saldamente in mano agli uomini. Volevi essere nata uomo perché preferisci l’autentico, alle imitazioni.
Non abbiamo piú porte da sbattere, è vero, ma le porte ce le aprono soltanto se non contestiamo davvero le regole del gioco. Dobbiamo essere ancora e per sempre quelle che loro vogliono che noi siamo. Carine e disponibili. Intelligenti e disponibili. Uguali e disponibili. In carriera e disponibili. Disponibili.
Gli uomini uccidono piú di prima perché le donne decidono di lasciarli piú spesso di prima. Le donne sono cambiate troppo, gli uomini troppo poco. Le donne incominciano ad avere paura, le madri di figlie femmine hanno piú paura di quanta ne avevano nel secolo scorso. Se ci pensi è normale che l’animale morente ruggisca piú forte e meni fendenti con la coda, colpendo alla cieca le persone che gli sono piú vicine.
Tu sai benissimo che l’invidia ancestrale, la piú antica, è quella degli uomini nei confronti delle donne. È l’invidia del corpo della madre. Misterioso, maestoso. Il corpo da cui vengono estratti gli esseri umani. Tutti, anche i maschi. È l’invidia del seno che nutre, che secerne latte, che mantiene in vita. Per piú di duemila anni l’invidia verso le donne è stata negata. Peggio: è stata trasformata in svalutazione e le ha spinte ai margini, le ha sminuite, ostracizzate dalle stanze del potere, ridotte a funzioni della propria prosperità, del proprio godimento, le ha calunniate, le ha trattate da inferiori. Le ha bruciate sul rogo come streghe o internate nei manicomi come pazze. Mossi dall’invidia, per una diversità che non potevano dominare, si sono vendicati, gli uomini.
Riferimenti bibliografici
Lidia Ravera, Volevo essere un uomo, Einaudi, 2025
Susan Sontag, Sulle donne, Einaudi, 2024
Erri De Luca, Ines de la Fressange, L’età sperimentale, Einaudi, 2025