Scocciature

Scocciature

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph. Fonte Silvia Meo

 

La spinta a questa riflessione custodita per alcuni mesi è la lettura del testo di Francesco Piccolo, Son qui: m’ammazzi, pubblicato a gennaio scorso da Giulio Einaudi. Seguo l’autore e, in ogni suo libro, attendo un discorso che faccia la differenza, uno sguardo diverso e non consolatorio, un’indicazione di prospettiva oltre i modelli culturali conosciuti.

Ritrovo una narrazione furba e convincente, non indispensabile né innovativa. E che Piccolo citi Carla Lonzi per farsi bello mi inquieta: «Noi neghiamo come un’assurdità il mito dell’uomo nuovo». Da secoli gli uomini sono avvezzi a confortarsi e a stringere patti fra loro, sorridendo compiaciuti e nominando la parola di donna per riconoscenza formale, per quieto vivere. Insomma, vale sempre la retorica di genere della protezione.

Il patriarcato, morto o moribondo, è allo stesso tempo sotto assedio e al potere, come affermano Gilligan e Snider, in Perché il patriarcato resiste? Resiste attraverso un ordine normativo, fatto di leggi e codici, e rimane, purtroppo, la struttura portante di una società costruita intorno alla divisione del lavoro, alle forme di oppressione, alla violenza pubblica e privata e agli immaginari collettivi.

E menomale che Francesco Piccolo se ne accorge, da Boccaccio a Starnone, passando per Verga, Manzoni, Bassani, Calvino: La coscienza di essere trogloditi, sopraffattori, violenti, arroganti, egocentrici, ce l’abbiamo da un po’ di tempo – probabilmente non per merito di un’autocoscienza, ma alla fine comunque ce l’abbiamo. Eppure non ci ha fatto migliorare.

Il saggio pur tardivo è interessante e vale il tempo della lettura, di capitolo in capitolo, dal periodo classico a quello contemporaneo, riprendendo la costruzione del paradigma umano virile nei testi della letteratura ufficiale. La figura maschile o con le caratteristiche ritenute maschili, rimane con la stessa prepotenza, a mantenere la continuità fra Stato e Famiglia, a relegare le donne all’interno della casa, per costruire i legami affettivi fra i cittadini e la patria. Le donne possono partecipare al dibattito pubblico per confermare le mentalità e le regole maschili – autonomia, indipendenza, forza, razionalità, spirito guerriero – e per ringraziare della parità.

Il patriarcato non è un sintomo, è la malattia del sistema e pare fortificarsi, nonostante le crepe, le dissonanze, le sfaldature segnalate da Piccolo. Lo scrittore offre la rilettura, attraverso molte opere letterarie, di mascolinità egemonica. 148 pagine di generalizzazioni, stralciando in modo strumentale, riducendo il senso delle opere, decontestualizzando, interpretando a piacere.

Tutti, pavidi, conservatori, reazionari, contribuiamo a far passare una certa idea binaria di uomo e di donna oppure di caratteristiche maschili sovraestese, nei linguaggi e nei comportamenti, che illusoriamente rappresenterebbero i colori dell’umanità intera. È il processo di pensiero e di scrittura a essere maschilista e violento, oltre al contenuto specifico: l’autore si compiace di essere alla moda, seguendo le linee guida di pubblicazioni al femminile, quotidianamente dispensate dalle case editrici. Nel testo, il dito e la luna combaciano.

Racconto due episodi accaduti a me negli ultimi mesi.

Con garbo, nei gruppi di lavoro, mi riduco al silenzio riconoscendo che, dato il mio copione, la mediazione mite è l’apprendimento difficile di una vita. Però risento l’amarezza di alcuni miei ultimi silenzi che, a ripensarci, ritengo inadeguati. Vale sempre il timore di passare dalla parte del torto e di dovermi pure difendere da un nemico che non registro, considerando la creatura umana spesso inconsapevole. Ma certe ignoranze rischiano di rendermi complice di un sistema lavorativo che mi ha tenuta ai margini e con cui, a costi alti, continuo a confliggere.

Proseguo sulla via condivisa con la committenza e lascio fluire le miserabili situazioni incresciose, dimentico i fastidi che valuto minimi, lascio correre le impertinenze o le ingenuità perché ciò che conta è la salute dell’anima, fisica e mentale e il servizio alla comunità.

Avverto la banalità greve nelle sfumature fastidiose che non modificano il colore buono di fondo, nello stridore delle interazioni-tranello che penso sempre di poter riutilizzare, rilanciandole ironicamente, come esempi, nel processo di coinvolgimento collettivo. Mi propongo di togliermi il vizio dell’ultima parola, ma voglio riprendere la virtù del togliere la parola al patriarca di turno che insegue il consenso e pretende di emergere a tutti i costi.

Sono andata in pensione e ho scelto di continuare a offrire il mio contributo alla formazione, mai gratis ma, talvolta, in gratuità. Gratis è aspettarmi in qualunque modo qualcosa in cambio. La gratuità, invece, è facilitare la creazione di circoli virtuosi: ché possa circolare il bene, anche come educazione civica, e che torni a me, da qualunque parte e in qualunque modalità.

L’indignazione, quando l’avverto, più del freddo della sala in cui ci incontriamo, diviene strumento di risveglio violento e allora sono tignosa, testarda, irremovibile. Non scambio per maleducazione i comportamenti che riflettono i sintomi di un’appartenenza, anche inconsapevole, a una struttura di riferimento maniacale, in cui anch’io mi sento coinvolta in innumerevoli infimi compromessi. Il patriarcato mantiene una struttura rigida e non è il frutto di una distorsione cognitiva personale, ma il depositato stratificato di secoli di dominio.

I comportamenti, i contenuti, gli effetti del patriarcato sono talmente abbarbicati che avverto le mie parole indignate come un’esagerazione, come una malvagità. È faticoso superare la rappresentazione della ingenuità di chi, in fondo, pare esercitare un potere giusto, stereotipato e paternalista, a favore del pubblico.

Di questi tempi, è il caso di mantenere il servizio di guardianìa rispetto a interazioni e discorsi che, a proposito delle Umane Risorse, ancora sono in circolazione e permangono nella mentalità, nella postura fisica e psicologica. Eh no, non c’è posto, almeno quando sono presente, per la cultura egemonica naturale e scontata, a ridurre le persone a sudditi, a utenti passivi dinanzi a riproposte volgari di schemi, modelli, procedure, elenchi, gerarchie fintamente democratiche. Il mio interesse è valutare i fenomeni e non, certo, stigmatizzare le singole persone; è capire i processi che ci portano a finire e a perdurare nelle categorie mentali fisse, nella recita della realtà, capire come ci omologhiamo compiacenti in un sistema che toglie la libertà.

C’era scritto saluto istituzionale e ci ho creduto. E poi, a metà serata, arriva lui: l’autocelebrazione, la vendita becera di sé, quell’imporsi grossolano, mancante di sensibilità rispetto al contesto, alle persone, al tema trattato, a sé stesso. Mi chiedo che figura fa, obbligandosi in nome del presenzialismo. Che c’entra, come si permette, nella funzione basica virile, di interrompere il respiro di anime con una furia inaudita riproponendo il repertorio delle frasi polverose, dei linguaggi obsoleti; poi giù con la mitragliata dei termini americaneggianti, a buttare nel cesso tutte le mie riflessioni, per quel che valgono e, soprattutto, i decenni di ragionamenti, di conflitti, di scritture di Romanini, Montuschi, Muraro, Nussbaum, Buttarelli. L’applausino finale, appena accennato, è il segnale definitivo del precipizio: bravo, mamma, hai detto la poesia, l’hai detta tutta!

Ancora, altrove, stesso giro, stessa giostrina di dominio, in cui i lavoratori e poche lavoratrici, sono ridotti a spazzatura, sottoposti a quel buonismo urticante, alla benevolenza da vecchio regime, a proporre in coppia giochini da gatto e volpe invecchiati tristemente, a ridistribuire baciamani e prebende perché il padrone, peggio se è la padrona, in fondo è buona e ci ha salvati dalla disubbidienza, dal baratro della ragione nostra, ammaestrandoci con le monete più o meno fisse a fine mese.

È grave quando la cultura aziendale intera è ammalata di paranoia: qualunque proposta di cura risulta inaccettabile, ovvio, per colpa degli stessi dipendenti capri espiatori. È inaccettabile anche quando l’intervento viene richiesto con urgenza e a gran voce, perché in fondo pure alla consulente esterna tocca di ossequiare. La richiesta alla formatrice è la benedizione che strizza l’occhio al potente, alla donna comandante, il mantenimento del vecchio copione, mica lo svelamento dei giochi psicologici strutturali.

La scuola di educazione Alla persona® propone la trasformazione, lo svelamento dell’inganno patriarcale, attraverso la psicologia formativa. Qualche attività è ancora ostacolata, negata, svalutata con il sarcasmo, il sorrisino, la presa di posizione patetica io-non-credo-agli-psicolog(h)i. Ma psicolog(h)i chi? Incontro personaggi minimi che si rifugiano nel paradigma vittimario dei poveri ricchi che piangono, dei pietosi in ruolo di prestigio, a raccogliere i diseredati di un sistema che loro stessi contribuiscono a rinforzare.

Nella società del capitalismo avanzato, la psicologia che insiste sull’autostima, sull’affermazione del singolo, sul raggiungimento degli obiettivi personali, sull’essere performante, rischia di essere un inganno.  I maschi vigliacchi e furiosi, gelosi e violenti, al centro di romanzi che hanno costruito il canone della letteratura italiana, di cui parla Piccolo, li incontriamo quotidianamente. Così come incontriamo le donne che li imitano, li fronteggiano, li vincono sul territorio ampio del comando e del controllo.

Sento la puzza silenziosa della merda, le torsioni invadenti verso il potere dell’uno, dell’una su tutti. Agisco con rigore: con me in aula non si può; se invitate me, l’opera è a smantellare, non a giocare a nascondino sotto il tappeto, non a blandire, a circuire, a manipolare le persone. La denuncia coincide con il senso stesso della vita personale e professionale e serve a passare il testimone. L’indignazione è per giustizia di vocazione.

Eccomi, nel mio riposo attivo, in trincea, a far circolare modalità diverse di abitare la terra e le organizzazioni. Propongo un Governo Umano delle Risorse che necessita dell’autocoscienza sistematica, perché la conoscenza possa essere scambiata, donata, cristallizzata, strutturata e poi destrutturata.

Il coraggio dell’analisi ce lo possiamo dare. Ci ritroviamo assieme ma non tutti, a custodire le relazioni di éros, organizzando gli incontri appassionati, promuovendo le visioni e le prospettive che si incarnano nella quotidianità di ogni partecipante e che coinvolgono i corpi di ogni persona. Credo nella virtù dei contagi. E della militanza.

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8 marzo 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

Qualche settimana fa, ho incontrato le persone iscritte all’Università Terza Età, e ringrazio per la fiducia Grazia Depalo e il presidente Valentino Losito. Ci siamo interrogati/e sulla consapevolezza del benessere che è insieme fisico, psichico e mentale. Seguendo anche l’intuizione dei/lle partecipanti, abbiamo avviato un ragionamento intorno alle dinamiche relazionali, con sé stessi/e, con il prossimo, con la vita.

Sostengo il pensiero di Susan Sontag, nel capitolo Invecchiare: due pesi e due misure, e il saggio biografico di Lidia Ravera, Volevo essere un uomo, appena pubblicato.

Considero questa ulteriore riflessione una possibilità di chiarezza e una premessa di base. Avere 60, 70, 80 anni per una donna è diverso che per un uomo. L’uomo fa i conti con la vecchiaia, invecchia e basta; la donna segue un processo di invecchiamento reale e uno percepito. Oltre la vecchiaia, noi ci sentiamo invecchiare, a trent’anni come a sessanta. La parola storia richiama i fatti realmente accaduti e, anche, la narrazione condivisa che ne facciamo.

Sontag chiarisce bene: L’invecchiamento è un destino mobile. È una crisi inesauribile, perché l’angoscia non viene mai realmente smaltita. Essendo una crisi prodotta dall’«immaginazione», piú che dalla vita «reale», tende a ripetersi continuamente. Il territorio dell’invecchiamento (a differenza di quello della vecchiaia vera e propria) non ha confini stabili. In una certa misura, lo si può delimitare a proprio piacimento.

La produttività industriale in continua crescita e l’ininterrotta cannibalizzazione della natura pretendono la giovinezza desiderante, la forza e la possibilità di guadagnare e di spendere. Tutte siamo ancora nel modello questione femminile, modello della conquista, della vittoria, della competizione, a superare i limiti con gli altri, con le altre e con noi stesse. Davvero, non ci importa della parità, chiediamo di avere uguale valore, rimanendo diverse.

Ancora Sontag: L’invecchiamento è, piú che altro, un’ordalia dell’immaginazione – un malessere morale, una patologia sociale– che essenzialmente affligge le donne molto piú degli uomini. Sono le donne a vivere l’invecchiamento (tutto ciò che precede l’effettiva vecchiaia) con particolare disgusto, se non addirittura con vergogna.

Invecchiamo in modo sano combaciando con noi stessi/e, con il nostro nucleo essenziale. Senza figurine da imitare, senza competere con nessuno, senza la sfida di farcela necessariamente.

Possiamo registrare la realtà e, riconoscendola, modificare i rituali, le vecchie abitudini e i comportamenti che ci hanno reso infelici. Siamo diversi/e, anche da noi stessi/e di ieri. È possibile considerare il lavoro di autocoscienza, di rilettura del copione e di riscrittura parziale di un destino che pare inchiodarci.

Sì, la vecchiaia è un’età sperimentale perché ci riprendiamo i tempi e gli spazi di noi, senza dover dimostrare ad alcuno di meritarci l’esistenza. Il corpo più basso e più curvo diviene naturalmente concavo, protettivo, accogliente. Il corpo tende a riparare, a rimanere, a piantarsi.

Invecchiare è il destino di un uomo: qualcosa che gli accade perché è un essere umano. Per una donna non è soltanto un destino. Proprio perché è una donna, un essere umano definito in modo molto piú restrittivo, per lei l’invecchiamento è anche una vulnerabilità. (Sontag)

Benediciamo questa vulnerabilità perché apre la via alla curiosità, alla ricerca continua, alla inquietudine vitale. Vulnerabile, dal latino vulnerabĭlis, vulnerare, ferire. Rimaniamo feribili e, dunque, permeabili, porose, a lasciare spazi vuoti come rifugi, a consentire l’aria e l’acqua nelle relazioni. Le piccole e grandi cicatrici, le rughe, le imperfezioni della pelle, possono diventare cheminement, un itinerario fra i ricordi e le ferite psicologiche.

Non crediamo all’ottimismo patetico degli slogan e delle propagande che ci invitano ancora a sorridere e a compiacere, a festeggiare senza sapere cosa. Anche solo nel titolo di Ravera, Volevo essere un uomo, è l’orientamento del cammino, più veloce, più lento, sempre consapevole.

La realtà è nell’ombra, nello scoramento, nel peso di ogni riflessione e di ogni azione che ne consegue. Il titolo è paradossale, è adeguato a richiamare il sostegno delle proprie ragioni con energia, senza cedere alla violenza. Il titolo è bastante a nutrire l’autorità senza dominio. Sappiamo che ogni passo, per riconoscere quello che diventiamo, costa lacrime e sangue. Siamo oneste con le più giovani – l’incoraggiamento prevede la testimonianza sincera, è altra cosa dall’empowerment che invita all’espansione del sé, al controllo e, alla fine, rimaniamo nell’omologazione. La testimonianza e la resistenza rappresentano ancora una felicità senza luminarie e senza feste.

Siamo stanche. Ogni giorno, ripartiamo dalla tristezza: eh, sì, sarebbe convenuto nascere uomini. Siamo arrabbiate e abbiamo paura e, per questo, diciamo che stavamo meglio, quando stavamo peggio. Poi, incrociamo gli sguardi e le parole delle altre e capiamo che non è così: il passo indietro registrato serve per riprendere la spinta, dare lo slancio e andare avanti. Con la forza della stabilità interiore. Con la pratica dell’autocoscienza.

Per chiarezza, meno che mai accogliamo come una conquista l’ergastolo per il reato specifico di femminicidio. Chiediamo e ci impegniamo, invece, per la trasformazione psicologica e culturale, con la presa in carico della funzione pedagogica, attraverso l’analisi e la formazione psicologica, attraverso l’educazione e l’insegnamento. Il cambiamento è possibile per ogni essere umano. La punizione, la colpa, il fine pena mai non favoriscono l’assunzione di responsabilità, nutrono il paradigma della vittima, del carnefice, del controllore che facendo fuori il colpevole, illude di salvare le persone perbene.

Riprendo alcuni brani di Ravera, nel testo che ci accompagna, onesto e leale, fino a tutti i respiri:

Non hai mai voluto far parte di quel manipolo di «uome» soddisfatte che ronza attorno alle briciole di un potere ancora saldamente in mano agli uomini. Volevi essere nata uomo perché preferisci l’autentico, alle imitazioni.

Non abbiamo piú porte da sbattere, è vero, ma le porte ce le aprono soltanto se non contestiamo davvero le regole del gioco. Dobbiamo essere ancora e per sempre quelle che loro vogliono che noi siamo. Carine e disponibili. Intelligenti e disponibili. Uguali e disponibili. In carriera e disponibili. Disponibili.

Gli uomini uccidono piú di prima perché le donne decidono di lasciarli piú spesso di prima. Le donne sono cambiate troppo, gli uomini troppo poco. Le donne incominciano ad avere paura, le madri di figlie femmine hanno piú paura di quanta ne avevano nel secolo scorso. Se ci pensi è normale che l’animale morente ruggisca piú forte e meni fendenti con la coda, colpendo alla cieca le persone che gli sono piú vicine.

Tu sai benissimo che l’invidia ancestrale, la piú antica, è quella degli uomini nei confronti delle donne. È l’invidia del corpo della madre. Misterioso, maestoso. Il corpo da cui vengono estratti gli esseri umani. Tutti, anche i maschi. È l’invidia del seno che nutre, che secerne latte, che mantiene in vita. Per piú di duemila anni l’invidia verso le donne è stata negata. Peggio: è stata trasformata in svalutazione e le ha spinte ai margini, le ha sminuite, ostracizzate dalle stanze del potere, ridotte a funzioni della propria prosperità, del proprio godimento, le ha calunniate, le ha trattate da inferiori. Le ha bruciate sul rogo come streghe o internate nei manicomi come pazze. Mossi dall’invidia, per una diversità che non potevano dominare, si sono vendicati, gli uomini.

 

Riferimenti bibliografici

Lidia Ravera, Volevo essere un uomo, Einaudi, 2025

Susan Sontag, Sulle donne, Einaudi, 2024

Erri De Luca, Ines de la Fressange, L’età sperimentale, Einaudi, 2025

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Minotauri

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

 

 

… l’impianto che Dedalo aveva costruito con l’intento di proteggere l’essere mostruoso dagli uomini e gli uomini dall’essere, un labirinto dal quale nessuno, una volta entrato, avrebbe mai più trovato la via d’uscita, fatto di mille e poi mille pareti di specchi rispecchiati in altri specchi, così che l’essere stava accovacciato non solo di fronte alla sua immagine, ma anche alle immagini dell’immagine sua: vedeva davanti a sé un’infinità di esseri identici a lui stesso, e quando si girò per non vederli gli apparve un’altra infinità di esseri uguali a lui…

(F. Dürrenmatt)

 In psicologia, con il termine identità intendiamo il senso del proprio essere al mondo, e parliamo di identità conscia riferendoci alla riflessione che ogni soggetto fa sulla propria continuità temporale e sulla differenza dagli altri.

Il progetto esistenziale di ogni persona riconosce il cucciolo di essere umano come competente, capace di attenzione, di memorizzazione, di apprendimento; riconosce un soggetto attivo e autodeterminantesi che chiede la reciprocità all’altro e all’ambiente, in relativa libertà di scelta. Attraverso lo scambio, ogni persona forma la primaria identità, nutrita anche da vissuti inconsapevoli.

Il copione individuale, familiare e culturale, con i rituali, le credenze, i modelli e i protocolli, le decisioni primitive, serve a identificarsi, a iniziare il cammino di autocoscienza, nell’attaccamento e nell’adattamento. Nelle diverse tappe del ciclo vitale la persona aumenta in consapevolezza, amplia le proprie possibilità e sviluppa le potenzialità, oltre il primario copione limitante, pur sempre protettivo.

Nell’attività di psicologa formatrice registro, da parte di molti, come l’identità diventi un’arma di dominio e di sopraffazione. Rilevo, sempre più frequentemente, l’orientamento a rimanere sulla soglia dell’io autoreferenziato, al limitare del pensiero, del sentimento, della relazione circolare, senza la gioia e il tormento della trasformazione, a perdersi e a ritrovarsi nelle relazioni.

Nessuna identità sana può mantenersi statica, determinata, immobile e risultano ridicole le barricate per difendere gli orticelli identitari personali. Rimanere porosi e dinamici presuppone il cambiamento delle categorie mentali di sopravvivenza, precedenti al cammino di consapevolezza.

Rimanere imbrigliati nella primaria identità non consente di custodire proprio l’origine, il senso, la tradizione che vorremmo difendere e portare con noi nelle evoluzioni che si susseguono in tutto il percorso esistenziale. Continuare a rivendicare la propria identità personale, politica, sociale, economica, rappresenta una difesa psicologica.

Ci rende infelici la pretesa di identificare e di fortificare una identità che, anche inconsapevolmente, è andata già modificandosi nel contesto e nella relazione con il prossimo. Ogni persona è una risorsa, non appartiene a nessuno, neanche solo a sé stessa: è a servizio della relazione, a servizio della comunità.

L’identità sana, feconda e generatrice, è nel cambiamento, proteggendo il nucleo originario e trovando un equilibrio, mai raggiunto in modo definitivo, fra la tolleranza e l’assimilazione, fra l’originalità di ogni creatura e la sua universalità, fra la base, le radici e il desiderio.

In ogni percorso di rinascita, paradossalmente, assumiamo molti aspetti del copione infelice, sebbene chiediamo di modificarlo. Le vecchie abitudini copionali ci rassicurano. Al contrario, le energie psichiche, le riflessioni, le azioni sconosciute possono spaventarci. L’infinito susseguirsi di se stesso è l’alienazione di ogni identità. Il copione comodo e scontato, ripetitivo e assoluto, categorico e non comparativo, non è solo il contrario del benessere, è la sua perversione. Solo l’essere umano che non si ripropone uguale è generativo, è produttivo.

La psicologia analitico transazionale chiama Auto-rigenitorizzazione, Self Reparenting (J. e A. Schiff, 1975), il processo di autonomia intrapreso da ogni persona. In modo estensivo, seguendo la guida psicologica, continuiamo ad ampliare un io cosciente con i vicini, con i cittadini del Paese, con il regno animale, con tutti gli esseri viventi. Costruiamo la visione ecologica dell’umano e promuoviamo la condivisione, ridecidendo ed evitando la riduzione dell’io all’uniforme, risolvendo l’avvitamento sterile sulle abitudini e sulle convinzioni obsolete.

La vita contiene in sé stessa un continuo appello di identità: … stupore e dolore e speranza e attiva costruzione di sé come particella infinitesimale ma irripetibile di un genoma, come nota impercettibile e necessaria di un concerto, che non sembra in se stesso aver risposta se non lo si ponga in una misura, appunto, che lo trascende. (Romanini, 1992).

La costruzione dell’identità fondativa è utile nella misura in cui rimaniamo disponibili, nella realtà quotidiana, al suo ampliamento, all’approfondimento, nello scambio di reciprocità con l’altro, riconoscendo assieme l’umanità e la mostruosità come parti di sé.

Certo, è improponibile la felice intesa, con sè stessi e con gli altri, in cui le divergenze vengono meno, in cui viene assorbito il conflitto, in nome di una comune omologazione. Non ci sono sintesi frettolose, patteggiando un punto a favore dell’uno e un punto a favore dell’altro. Timorosi e guardinghi, non troviamo l’accordo necessariamente, non cediamo una volta sì e l’altra no, non tolleriamo, ma rimaniamo nel conflitto aperto, sulla via della ricerca, senza la paura della diluizione di sé nell’altro, continuando a mantenere vivo il ripensamento e il confronto.

Per uscire dal labirinto della coazione a ripetere, per riconoscere l’inganno dello specchio che riflette l’uguale, sveliamo di essere assieme Minotauri condannati e Arianna eletti/e, come nella ballata di Dürrenmatt, a offrire una possibile rilettura del mito. La situazione è capovolta: siamo noi i mostri teneri e ingenui, vittime e sottomessi alle costruzioni sociali e politiche inumane. Il dubbio di essere attaccato si insinua nell’animo del Minotauro di Dürrenmatt; quando incapperà nella prima vittima sacrificale è preso dalla gioia, il mostro danza e afferra la giovane, ma non sapendo governare la propria forza, la uccide. Il poveretto non capisce nemmeno quel che è accaduto, perché non conosce la differenza tra la vita e la morte.

Attraverso il lavoro di conoscenza e di coscienza rispetto al copione personale e al copione collettivo, per ogni persona, è l’ora di risolvere la matta bestialitade (D.Alighieri, Inferno XI, 82-83) che la rinchiude nella follia paranoica, abusante di sé e del prossimo, nelle rigide strutture giudicanti, nel delirio del nemico sempre esterno a sè.

Il labirinto diventa palestra di formazione, il breve apologo un racconto di trasformazione, in cui l’inseguimento tra il Minotauro e la fanciulla si fa emblema del desiderio inappagato e continuamente ricercato di sentirsi non più isolati ma parti vive di una comunità. La tragedia di infinita solitudine dell’identità fissa negli specchi, diviene l’intuizione di sé, la percezione di liberazione e di rinascita. È questo il lavoro della formazione psicologica.

Arretrò, e così fece la sua immagine, e un po’ per volta scoprì di essere di fronte a se stesso. Cercò di fuggire ma ovunque si volgesse si trovava sempre si fronte a se stesso, era murato da se stesso, era ovunque se stesso, ininterrottamente se stesso, rispecchiato all’infinito nel labirinto. Avvertì che non esistevano tanti minotauri, ma un minotauro solo, che esisteva un solo essere quale egli era, […] che egli era l’unico, l’escluso e rinchiuso per sempre.

Lui danzò la sua mostruosità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la sua gioia di averla trovata, lei danzò la sua paura d’essere stata trovata, lui danzò la sua redenzione, lei danzò il suo destino, lui danzò la sua cupidità, lei danzò la sua curiosità, lui danzò la sua attrazione, lei danzò la sua repulsione, lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo abbrancare.

(F. Dürrenmatt)

Riferimenti bibliografici

Friedrich Dürrenmatt, Minotauro, Adelphi, 2021

François Jullien, L’identità culturale non esiste, Einaudi, 2018

Christian Raimo, Contro l’identità italiana, Einaudi, 2019

Maria Teresa Romanini, Costruirsi persona, La Vita Felice, 1999

31 Dicembre

L’idea di famiglia da ripensare

 

 

 

 

 

 

 

Ph: Fonte Silvia Meo

 

Il mio nucleo famigliare di origine è tradizionale: sono vissuta in una famiglia riconosciuta dal governo. Il divieto di aborto, il delitto d’onore, il matrimonio riparatore, lo stupro come delitto contro la moralità e non contro la persona: no, non stavo bene, negli anni ‘60 e ‘70, quando stavamo peggio. Ovvio, non ho rancore per mia madre e mio padre, figure storiche di un dopoguerra confuso e complesso. Mi riferisco, invece, a una cultura basica che, più o meno consapevolmente, nutre i gruppi sociali. Lo stratagemma giuridico romano, in quegli anni, garantiva la paternità, la legge del padre, e ne giustificava la sovranità, mantenendo, in più, la pratica competitiva.

Nel 1975, in tutta Europa, viene riformato il diritto di famiglia, ma il paradigma gerarchico rimane: insomma, in casa bisogna che si capisca bene chi comanda, controlla e punisce! L’istituto della famiglia, come l’ho vissuto, dico adesso, è una costruzione del patriarcato, anche del patriarcato femminile, ma non è l’unica forma di convivenza possibile. Con le fisiologiche trasformazioni sociali, la famiglia nucleare ripropone, ormai, il mito fasullo della famiglia amorosa permanente. Quando parliamo di famiglia, anche in ambienti progressisti, rilevo l’uso di un linguaggio mistico. È vero che, seguendo il pensiero di Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani; di conseguenza, magari senza accorgercene, coltiviamo l’idea della famiglia guidata dalla religione e dalla politica.

La forma istituzionalizzata della famiglia rimane il fondamento della politica dello Stato. Ed è ancora vivo l’immaginario sistemico e strutturale di Giove, stupratore e rapinatore seriale a confermare, ci sembra naturalmente, i ruoli dell’uomo cacciatore e della donna preda. La visione della vita relazionale come dominio non può ridursi solo ad una trasformazione giuridica. Il maschile non è il contrario del femminile, non è il nemico del femminismo. Il maschile, prima di tutto, è una maschera. Protegge, camuffa e traveste. S’indossa, si applica, come ogni identità. (Giammei, 2024)

La legislatura cambia, ma la mentalità e il comportamento non si trasformano adeguatamente. Per difesa, rimaniamo a proteggere le ristrette mappe mentali. Si fa strada, e bisogna che ce ne convinciamo, la creazione di comunità diverse, simili a famiglie. È indispensabile leggere, discutere, ascoltare la realtà modificata della famiglia, senza schierarci, e senza difenderci con l’uso dei binomi giusto/sbagliato, normale/malato. Riflettiamo sulle aree di apprendimento di ogni figura genitoriale, nel contesto in cui vive, evitando di attribuire le colpe, gli errori, i peccati, gli elenchi di punti negativi, le punizioni. Scelgo di inserire a questo punto nel testo i riferimenti di alcuni libri, gli ultimi che ho letto, non gli unici sull’argomento, perché la riflessione possa continuare su cammini diversi, lunghi e profondi, ad aprire le prospettive, a continuare i ragionamenti.

Riferimenti bibliografici

  • bell hooks, Comunione, il Saggiatore, 2023
  • bell hooks, Tutto sull’amore, il Saggiatore, 2022
  • Heide Göttner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, 2013, nella collana Civette di Venexia
  • Alessandro Giammei, Cose da maschi, Einaudi, 2024
  • Lea Melandri, Amore e Violenza – Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri, 2011
  • Michela Murgia, Dare la vita, Rizzoli, 2024
  • Mariam Irene Tazi-Preve, Il fallimento della famiglia nucleare, VandA.ed., 2021

La ristretta concezione della famiglia non giova a nessuno. In questa riflessione, la bibliografia che propongo, molto parziale, è essenziale, per continuare a discernere, non per dirci necessariamente d’accordo con le Autrici e l’Autore, non per schierarci da una parte o dall’altra.

Non si tratta di praticare modelli alternativi, semmai di liberare, allargare, allontanare la famiglia quando diviene un luogo di prigionia, offrendoci la possibilità del bene fatto bene, voglio dire, il bene consapevole e fuori dalle manipolazioni dei giochi psicologici che ci rendono perdenti.

Tralascio la critica sul piano storico-sociale e propongo un pensiero psicologico sulla famiglia nucleare. Le figure genitoriali offrono un modello educativo che contribuisce alla formazione dell’essere umano, assieme all’ambiente, alla genetica, al caso che, da credente, io chiamo Dio. Questo modello, sotto forma di ordini e di ingiunzioni, Devi/Non devi, viene riconosciuto e rielaborato attraverso il lavoro personale di autocoscienza. Con dolore e con fatica, superiamo l’ordine genitoriale trasformandolo in possibilità: non più Devo essere in un certo modo ma, posso, se lo desidero, modificare il pensiero e il comportamento. Attraverso la formazione psicologica ogni persona definisce la storia della propria identità.

La famiglia è, purtroppo, un luogo in cui si possono coltivare le nevrosi. Nelle società occidentali, la sofferenza dei rapporti famigliari si manifesta in depressioni, dipendenze, aggressività. Freud, ne Il disagio della civiltà, riconosce che la guarigione della singola persona potrebbe far cadere l’intero sistema, ma la trasformazione, il passaggio che manca, è proprio qui, nella evoluzione di un apparato fisso e ossessivo, non più adeguato. Nella stanza della psicologa finiscono ad uno ad uno, oppure tutti insieme, i componenti della famiglia nucleare. E ogni persona si sente sbagliata e in colpa a modo suo. Spesso, però, sono le esigenze del sistema a essere scorrette, non sono le singole persone a tradire e a far fallire il modello. Non si uccide per amore, ma l’amore c’entra, scrive Lea Melandri e io aggiungo che la famiglia c’entra, quando si uccide.

I cuccioli dell’essere umano hanno bisogno di figure genitoriali risolte, di un ambiente stabile nella complessità. Il migliore regalo, l’unico che possiamo fare ai figli e alle figlie è quello di proporci noi stesse come persone felici, coscienti. Il vincolo e la dipendenza sono fondamentali all’inizio dell’esperienza esistenziale; rimaniamo vulnerabili e bisognosi di un contesto, di un limite, di un’appartenenza con cui fare i conti e, anche, da tradire. La protezione nel nucleo famigliare offre il permesso di vivere l’indipendenza e la controdipendenza come passaggi verso l’autonomia di sé stessi/e.

Ribadisco che la formazione agli adulti, nei ruoli genitoriali, è indispensabile. Il copione famigliare custodisce racconti e convinzioni fondativi e modellanti. Ogni persona accetta compromessi per adeguarsi al mondo e al mondo della famiglia e dell’universo patriarcale. Niente di ciò che i genitori pensano, dicono e agiscono con i figli e le figlie, è privo di conseguenze, nel bene e nel male.

A molti bambini che hanno subito violenze fisiche o psicologiche, i genitori o chi ne svolge il ruolo hanno insegnato che l’amore può coesistere con i maltrattamenti. E, in casi estremi, che l’abuso è un’espressione d’amore. Una volta cresciuti, spesso questo pensiero bacato determina la nostra percezione dell’amore. Oltre a rimanere aggrappati all’idea che gli adulti che ci hanno maltrattati e mortificati nell’infanzia lo facessero per amore, cerchiamo di razionalizzare le ferite che ci vengono inflitte oggi da altri adulti, continuando a interpretarle come un segno d’amore. (bell hooks, Tutto sull’amore)

Le responsabilità relazionali sono al centro di tutte le trasformazioni che la famiglia tradizionale attraversa. Michela Murgia, soprattutto, in Dare la vita, ragiona su un modo di stare nel campo degli affetti svincolato dai legami di sangue. Sono passaggi, trasformazioni, possibilità da considerare, da verificare in ogni contesto psicologico, sociale, politico, economico.

Riconosco come la stessa disciplina psicologica abbia subito il dominio del pensiero virile. Infatti, risento molte gerarchie sessiste nel confronto con alcuni psicologi telegenici: l’enfasi sulla cura e il sostegno fondati sul sacrificio delle donne, mantenendo i confini di razza, genere e classe; il femminismo patriarcale a misurare con il bilancino dell’orefice le capacità delle donne all’altezza di standard storicamente maschili; il tifo per conformarci secondo le aspettative sociali di forza, di competizione, di potenziamento dell’io; la ricerca del colpevole, del nemico, del comportamento sbagliato da additare; il consiglio giudicato giusto, offerto, però, senza richiesta.

Il lavoro sulle matrici psicologiche, sui copioni famigliari, sugli stereotipi consolidati che sono spesso alla base della violenza fisica e morale, si rivela una scelta adeguata verso il cambiamento. Seguendo le parole della politologa austriaca sessantatreenne Mariam Irene Tazi-Preve, avremo sempre bisogno di psicoterapie finché saranno confermate, le statistiche e gli studi che considerano come per le donne la “famiglia” rappresenta principalmente un posto di lavoro e un luogo di responsabilità verso i figli; raramente le donne si rigenerano nello spazio familiare. Per gli uomini, invece, la “famiglia” significa ricreazione e tempo libero, serve loro da appoggio e risorsa di energia per poter essere costantemente attivi nell’ambito del lavoro.

La nostra struttura psichica è influenzata dalle relazioni famigliari, sin dai primi anni di vita. Interrogarci su di esse, oggi, significa non solo parlare di comunicazione, sentimenti, linguaggi, comportamenti, ma anche di civiltà, di politica, di economia. Il copione rappresenta un sistema di credenze e di convinzioni. Al di là della retorica scientifico-popolare, seguiamo la formazione di una comunità genitoriale significante, costituita da persone psichicamente solide e gioiose, con un orientamento alla speranza. Se fallisce l’istituzione del matrimonio, rischiano di fallire le persone che in essa si confondono. La proposta è di ripensare e rifondare la famiglia nell’idea e nella pratica, magari su base matrilineare. Non è una ricetta, non un formato vincente, è un cammino di ricerca da seguire.

Tazi-Preve scrive, ancora: Al contrario nelle società matrilineari la fine dell’unione sentimentale non pregiudica la famiglia, che è basata sulla convivenza in linea materna, mentre i compagni/mariti delle donne dormono con loro, ma poi al risveglio ritornano nella casa materna, che in queste società è ancora l’unità fondamentale della produzione. La pars costruens che rimedia al fallimento della famiglia nucleare è derivata dalle pratiche nelle società matriarcali, la cui migliore raccolta è Le società matriarcali di Heide Göttner-Abendroth.

Apprendiamo a problematizzare, una prospettiva dopo l’altra, a non chiudere i discorsi, a non dare nulla per scontato, neanche quando ipotizziamo una possibile sintonia.

Il femminismo di potere è solo un altro inganno, in cui le donne possono giocare al patriarca e far finta che il potere che cerchiamo e otteniamo ci liberi. Poiché non abbiamo creato un corpus sostanzioso di opere capaci di insegnare alle bambine e alle donne modi nuovi e visionari di pensare all’amore, assistiamo all’ascesa di una generazione di donne sulla trentina che considerano una debolezza qualsiasi desiderio d’amore, il cui sguardo è concentrato esclusivamente sulla conquista del potere… Sapere che tanto le donne quanto gli uomini sono addestrati ad accettare il pensiero patriarcale dovrebbe rendere evidente a chiunque che il problema non sono gli uomini. Il problema è il patriarcato. In Paura dei cinquanta Erica Jong mette in chiaro questa distinzione dichiarando: La verità è che non ritengo i singoli uomini responsabili di questo sistema. Lo portano avanti perlopiù senza rendersene conto. E anche le donne lo portano avanti senza rendersene conto. Ma sempre di più mi domando se potrà mai essere modificato. […] Credo che il mondo sia pieno di uomini che sono davvero perplessi e feriti dalla rabbia delle donne tanto quanto le donne lo sono dal sessismo, che vogliono solo essere amati e nutriti, che non riescono a capire in che modo questi desideri siano diventati d’un tratto così difficili da soddisfare. (bell hooks, Comunione)

Ho dato un ordine ai miei appunti, solo per iniziare a palarne, intravedendo i nuovi scenari. Consapevolmente, questo scritto è incompleto, perché è da questo punto che lo studio e la condivisione ricominciano.

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A questo punto

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.Fonte Silvia Meo

 

Preparare il mio pensionamento. Ho superato l’età delle umiliazioni. (p.44)

Dissanguato da un taglio cesareo, l’orizzonte partorisce un giorno che, alla fine, non avrà meritato la sua pena. Io mi tiro giù dal letto, completamente devitalizzato da un sonno a caccia del minimo fruscio. Sono tempi duri: una disgrazia fa presto a capitare. (p.6)

Yasmina Khadra, Morituri, Ed.e/o, 1998

 

Le osservazioni che propongo prendono forza dalle situazioni quotidiane, dalle letture e dallo studio psicologico. Per le relazioni, questa è un’epoca aspra. Spesso l’atteggiamento concavo, democratico, viene piegato per altri scopi, non tanto cancellato ma deriso, con sarcasmo, viene fatto sentire inutile.

Non è l’utilità della formazione ha essere incompresa, non è una presa di posizione contro di me: rilevo, piuttosto, l’espressione basica della forza distruttiva. In termini medici per scotoma si intende un difetto lacunare del campo visivo correlato ad un’area di ridotta o assente sensibilità della retina. Per analogia, nel linguaggio psicologico, lo scotoma prevede l’eliminazione inconscia dalla percezione e dalla memoria di sé stessi, dell’altro, della situazione. Se non mi vedo, non vedo l’altro, non vedo la realtà.

Lo stress favorisce la generica cattiva predisposizione verso l’esistenza e manifesta la sua forma più diffusa ed evidente nella scotomizzazione. Dunque, la psicologia indica la possibilità di scotomizzare, di non riuscire a registrare il perimetro di un contesto o la presenza di sé o l’esistenza degli altri.

Negli ultimi tempi, noto che non c’è separazione fra le diverse forme di scotoma. Qualcuno può scotomizzare la situazione (es.: la formazione non serve a niente) al fine di svalorizzare gli altri ma, in fondo, buttando giù, disprezzando sé stesso. Non è solo non volersi bene, è non volersi, è negare l’esistenza, avendone perduto il senso. Quando una persona sta male, fisicamente e psichicamente, ha il potere diabolico, divisivo, di portarsi appresso i famigliari, i dipendenti, se dirige un’azienda, il prossimo tutto.

Insomma, per chiunque versi in uno stato di prostrazione, fisica e psichica, precipitando nella futilità, nel non senso, la tendenza è a buttare via tutto, a far marcire ogni cosa, insieme alla propria fine, vera o presunta.

Ci incattiviamo, sviliamo, usiamo frasi sarcastiche, affermiamo che, certo, niente ormai può servire a niente. E finisce davvero così: niente serve più a niente. I finali di copione sono irriducibili, ahimè. Il ricovero nell’atteggiamento maniacale è devastante, per sé stessi e per tutte le persone nel contesto. Muoia Sansone con tutti i filistei, è il comportamento di chi si vendica contro la propria insoddisfazione ed è consapevolmente disposto a rendere tutti vittime, per destino.

Il discorso formativo serve, invece, lì dove viene negato e svilito. Seguendo Yasmina Khadra in Morituri, sì, preparo il mio pensionamento. Ho superato l’età delle umiliazioni. Significa che continuo il lavoro di consulenza e di formazione, di autocoscienza e di condivisione. Avessi altre vite, modificherei tante scelte, tanti incontri, ma non la professione. È intorno allo σκότωμα, all’oscuramento, all’alterazione della coscienza che mi appassiona indagare.

In questo nuovo anno, rileggerò con più rigore i testi di Martha Nussbaum, di Annarosa Buttarelli, di Maria Teresa Romanini. Ho presente sempre le visioni di Luisa Muraro da completare; riprenderò le parole illuminate di Franca Ongaro e di suo marito Franco Basaglia, per approfondire, offrire prospettive diverse sulla follia umana e ipotizzare pratiche quotidiane concilianti, senza cedere sulla giustizia sociale.

 

 

 

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Le dinamiche vessatorie del micropotere

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

Abusi occulti e manifesti – La Stanza di Virginia

Come psicologa avverto l’urgenza di partecipare, con l’impegno pedagogico, alla ricostruzione di una cultura generale dell’umano. È importante valutare assieme i processi di carattere finanziario, tecnologico, culturale, sociale e politico. Inizialmente, considero come un’emergenza la formazione sistematica alle relazioni sociali. Siamo connessi male a noi stessi e ricominciamo dall’impegno all’autocoscienza.

Le discriminazioni basate su orientamento sessuale, genere e identità di genere, su soldi e potere, su telegenicità sono sempre più sottili e radicate. L’ordine psicologico Compiaci favorisce gli atteggiamenti ipocriti, di falso assenso e abbassa l’aspettativa che ogni persona venga riconosciuta nelle sue scelte e nella diversità, per il solo fatto oggettivo di esistere e non per tolleranza.

Spesso, ci diciamo: accontentiamoci di un risultato minimo; poco è meglio di niente; essere gentili non costa nulla; non ce l’ho con lui/lei, ma con chi comanda davvero; in fondo, anche lui/lei ha qualcuno sulla testa … E, intanto, riduciamo le parole, abbassiamo lo sguardo, ce ne torniamo a casa pensando a un’altra possibile soluzione, talvolta, addirittura sentendoci incapaci e fuori da un mondo più avanti ed efficiente di noi.

La prevaricazione sistematica produce traumi collettivi e determina la riduzione, la cosificazione dell’altro in modo che non replichi e che smetta di esporre le sue ragioni. Questa fragilità a ribadire le proprie ragioni diviene ricattabilità e segna un processo comunicativo al ribasso. La repressione governativa diventa modus operandi dinanzi a tutti, anche nelle comunicazioni di ordinaria quotidianità.

Dinanzi all’azzeccagarbugli che ci spiega e rispiega, difeso dietro l’elenco di regole e procedure, scegliamo sempre più frequentemente il silenzio, l’obbedienza, la rinuncia, i passi indietro per il timore di doverci rimettere. Sopportiamo lo sguardo dell’operatore allo sportello, del dirigente, del collega che insistono a spiegarci come stanno le cose, come compilare i modelli, come ossequiare le leggi.

Siamo sottomessi a microscopiche scritte contrattuali, mail che finiscono in spam ma, soprattutto, a referenti addottorati senza grazia che utilizzano tutti i giochi psicologici per farci sentire inadeguati, ignoranti, miseri. La tigna mostrata, senza suggerire una soluzione, tradisce la frustrazione rabbiosa di non essere i soli e i migliori sulla terra e, invece, di dover stare lì a discutere con i minimi. L’invito è a vigilare, a riconoscere dalle prime battute il gioco psicologico a È tutta colpa tua oppure quello a Psichiatria, o ancora T’ho beccato o Tribunale.

Sento sulla carne l’azione del micropotere che declassa, che compatisce per inettitudine noi, ormai, ai limiti della pazienza e della comprensione pietosa. Per sfinimento, ci iperadattiamo. Mi ritrovo compagna di strada di una umanità dignitosa ma disappartenente, di una specie creaturale oppositiva, nella sua imperfezione, al comune senso del potere e della presentabilità.

Reprimendo il dissenso e criminalizzando la protesta anche minima, viene delegittimato il diritto a confliggere, a esistere. Patisco la difficoltà nel costruire una idea di libertà, un abbozzo anche lontano di democrazia e finisco per sentirmi io stessa troppo vecchia, troppo lenta, rispetto alla fùria del mondo.

La discriminazione che troppe persone non vedono, è richiamata in un articolo di Viola Di Grado, in The Guardian, letto sulla rivista Internazionale N.1577: Come i bambini a lungo trattati male finiscono per abbassare la soglia di percezione del gesto violento, così le minoranze discriminate, inclusa la comunità lgbtq+, spesso non riconoscono l’abuso e anzi provano genuina gratitudine per quella che considerano un’accettazione parziale.

La via della giustizia sociale prevede un cambiamento di mentalità perché ogni persona fa parte di una minoranza, in qualche variabile, sotto la lente di ingrandimento. L’aspetto discriminatorio è caratteristica basica nell’essere umano, spaventato dal diverso-da-sé, e orientato al pacifico e pericoloso doppio-di-sé. Il lavoro formativo serve a nutrire la coscienza antropologica, la coscienza ecologica, la coscienza civica, la coscienza dialogica.

Il senso è trasformare il potere del ruolo in potenza delle competenze; la concorrenza con l’altro in cum currere, procedere con l’altro; l’iniziativa personale in progettazione partecipata. È bene modificare:

  • l’incarico occasionale in incarico su specifiche competenze;
  • il management tecnico in mens-agere, in azione emotiva e cognitiva assieme;
  • il successo scontato in desiderio del succedere in divenire.

Creare un’impresa non è solo fare business, provvedere unicamente al bilancio economico, perché riconosciamo l’essere umano come sapiens e demens, razionale e delirante; faber e ludens, lavoratore e giocatore; empiricus e imaginarius, empirico e immaginario; prosaicus e poeticus, prosaico e poetico.

Introiettare, sminuire o dare per scontata la dinamica del comando-controllo in una malata coazione a ripetere, è sintomo dell’inconsapevolezza rispetto all’autoritarismo incombente. Credo alle leggi del respiro personale, e del respiro di tutti gli altri viventi. E queste leggi, che sono la solidarietà con tutta la vita vivente, non possono essere trascurate.

Rileggere una riflessione di una delle mie maestre preferite, Anna Maria Ortese, conforta, sostiene e guida:

Vivere non significa consumare, e il corpo umano non è un luogo di privilegi. Tutto è corpo, e ogni corpo deve assolvere un dovere, se non vuole essere nullificato: deve avere una finalità, che si manifesta nell’obbedienza alle grandi leggi del respiro personale, e del respiro di tutti gli altri viventi. E queste leggi, che sono la solidarietà con tutta la vita vivente, non possono essere trascurate. Noi, oggi, temiamo la guerra e l’atomica. Ma chi perde ogni giorno il suo respiro e la sua felicità, per consentire alle grandi maggioranze umane un estremo abuso di respiro e di felicità fondati sulla distruzione planetaria dei muti e dei deboli – che sono tutte le altre specie -, può forse temere la fine di tutto? Quando la pace e il diritto non saranno solo per una parte dei viventi, e non vorranno dire solo la felicità e il diritto di una parte, e il consumo spietato di tutto il resto, solo allora, quando anche la pace del fiume e dell’uccello sarà possibile, saranno possibili, facili come un sorriso, anche la pace e la vera sicurezza dell’uomo.

Ph.: Fonte Silvia Meo

Parola di donna

Ph.: Fonte Silvia Meo

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

 

 

Parola di donna – La Stanza di Virginia

 

Nel panorama del Novecento italiano, Anna Maria Ortese, è una scrittrice rimasta ingiustamente marginale e liquidata frettolosamente nelle antologie scolastiche. Nata a Roma, nel 1914, in una famiglia modesta e numerosa, interrompe gli studi, proseguendo da autodidatta il percorso di formazione. Appassionata di letteratura, segue la vocazione verso una scrittura riconosciuta stilisticamente eccellente, molto tardi, da una critica distratta. Nel 1967, è la terza donna a vincere il Premio Strega, dopo Morante e Ginzburg, con il romanzo Poveri e semplici.

Oltre al poeta scrittore Dario Bellezza, Ortese ha pochi amici, specialmente dopo aver scelto l’esilio volontario da Napoli. Ingenuamente, ne Il mare non bagna Napoli, ritrae e critica le miserabili personalità culturali del tempo, con tanto di nome e cognome. Accetta, come conseguenza naturale, l’emarginazione dai circuiti letterari del tempo e l’ostracismo culturale.

La sua estrema sensibilità e sincerità, la spinge a esporsi sempre dalla parte sbagliata della Storia. Spaesata e lontana dalla realtà, nel 1997 chiede pietà per il gerarca fascista Erich Priebke, suo coetaneo, sottoposto ad un nuovo processo per le responsabilità nell’eccidio delle Fosse Ardeatine: lo rassomiglia a un lupo ferito, visto su una foto, contro cui si accanivano, con i loro bastoni, i contadini arrabbiati per le stragi di pecore che lo avevano reso odioso. Le risposte severe, intransigenti, beffardamente ostili di Carlo Bo, di Cesare Segre, di Erri De Luca, non si fanno attendere.

Ortese propone una diversità eccessiva degli esseri umani colpevoli, vilipesi e reietti. È nel suo sguardo deformato, esageratamente intimo e profondo, il riscatto dell’umano da indagare e da rigenerare, comico e tragico, crudele e misericordioso, da contrapporre agli inganni della storia dei vincitori.  Per la Scrittrice, la memoria soggettiva, il vissuto psicologico, la verità personale ha più valore della realtà storica oggettiva. Anna Maria rimane, senza adeguamenti e riduzioni, la zingara sognante nominata da Pietro Citati.

In molti romanzi, le magiche e fantastiche allegorie poetiche consentono all’Autrice la fuga di realtà, non dalla realtà, ma una presa di coscienza dolorosa, attraverso la solitudine che affina l’approfondimento. Affonda nell’esperienza più irreale dell’irreale; agisce la fuga di realtà, verso la realtà stessa; copre per svelare, nega per riconoscere, perde per assaporare visioni differenti, si allontana per affinare lo sguardo sconfinato e immaginifico.

In una società arrogante ed escludente, Ortese conosce e abita la quiete che rende le tre figlie di don Mariano Civile ne Il cardillo innamorato, vive, sensibili e mute come animali. Sono i monacielli, le fanciulle-uccelletto, gli spiriti della natura, le bestie-angelo, le serve, i poeti, i difettati, i bambini e i vecchi, è Damasa Figuera de Il porto di Toledo a ribaltare il paradigma vittimario con una comprensione mostruosa e autentica dell’umanità sofferente e gioiosa. Certo, la prima edizione del libro, viene portata al macero. Gli altri testi, solo nel 1988, anno della sua morte, vengono ristampati da Adelphi, grazie all’illuminato Roberto Calasso.

La comunità umana ai margini, separata, attraverso gli occhi della Scrittrice, diviene una folla inesplorata dalla mente sospesa, colpevole solo per la giustizia del mondo, una folla porosa e trasparente, a trascendere la legge, l’amor di patria, i ranghi sociali. Esistono molte prospettive, nuove e inconsuete, da cui guadare il mondo e abitarlo: il movimento verso la coscienza profonda può creare smarrimento, estraniamento. La meraviglia per il vivente prevede il cammino attraverso le ombre e gli inferi.

Le difficili condizioni economiche, isolano ancora di più le due sorelle Ortese conviventi.  In Sonno e veglia è la stessa Anna Maria a ribadire: Grande è la malinconia che provo nel sapermi appartenente alla specie umana… E penso di non essere un vero scrittore se, finora, non mi è riuscito di dire neppure lontanamente in quale terrore economico – e quindi impossibilità di scrivere – viva, in Italia, uno scrittore che non prenda gli Ordini. E che non abbia avuto, nascendo, nulla di suo, neppure un tetto.

Mi convince e mi appassiona la visuale esistenziale di una donna solitaria e “antipatica”, un’artista che non prende ordini, come lei stessa narra di sé. Il testo inedito che ripropongo integralmente (è il vantaggio della rivista online), Il silenzio delle donne, viene trasmesso radiofonicamente il 23 marzo 1989 da Radio Due 3131*

Anna Maria è silenziosamente isolata dal contesto, vive chiusa in sé stessa rispetto al mondo sociale e politico impenetrabile e ostile. È una persona che provvede faticosamente alla sua evoluzione, al cammino di liberazione, confidando nella possibilità della parola scritta, del pensiero indipendente e feroce, fino ad apparire inadeguata socialmente, assumendo la responsabilità delle valutazioni, delle scelte di contenuto e di stile. Rende una testimonianza integra della prospettiva psicologica radicale rispetto all’umano feribile, fragile, gettato nell’esistenza.

Non è coraggiosa come in una arrampicata sociale, non alza la posta in gioco per sfidare l’incomprensione altrui, rimane leale alla sua natura, fedele al nucleo esistenziale, tenace nella sua ricerca letteraria, confidente nelle sue capacità professionali, certamente non commerciali. Solo lavorando, dolorando, sbagliando si viene a conoscere il proprio volto… ho avuto a che fare con un po’ di miseria. Ma il coraggio è sempre intero scrive a Mattìa, Marta Maria Pezzoli, le cui lettere rileggiamo in Vera gioia è vestita di dolore, pubblicate l’anno scorso da Adelphi.

È forte, Anna Maria, perché studia, approfondisce e protegge il talento profetico. Rimane povera economicamente, ma non una miserabile. Non è una precaria dell’esistenza. Il messaggio ci arriva con energia, con il permesso a rileggere i suoi scritti, anche minori, perdonandoci, ognuna per sé, l’imperfezione e la caducità. Nei tempi odiosi che ci attraversano, il brano inedito è una guida, una mappa di orientamento.

 

*Tutta la storia della vita delle donne è piena di silenzi, di grida disumane, a volte, ma più spesso di silenzio, il silenzio delle vittime e delle parole bugiarde, della forza che si esprime in parole altrettanto bugiarde sulla acquiescenza e soprattutto la necessità delle vittime. Ma non solo le donne, e le loro larve, hanno attraversato questo fiume eterno: i poveri di tutti i tempi, gli uomini senza valore e poi gli animali, cortei infiniti di poveri animali e di bambini senza valore; perché, poveri, sono stati compagni delle donne, del loro «silenzio» disperato. Il silenzio è infatti proprio di chi non ha valore o non gli è riconosciuto dalla Forza (per Forza intendo qualunque potere) ed è quindi in balia di questa Forza, una creatura disperata. Perché parlerebbe, se la sua voce è intesa solo come un suono confuso nel vento? Da chi aspetterebbe la grazia? E la protesta (penso al gemito degli animali) in che modo potrebbe essere intesa come protesta e richiesta di tregua e non come suono insensato della materia? Di ciò che permette in definitiva, di continuare stragi e mercificazioni delle creature?

Possiamo dire oggi che almeno la donna, almeno in parte, ha trovato la parola e la usa; ha incontrato il suo proprio silenzio e lo ha rotto come uno specchio stregato. Possiamo dirlo, ma fino a un certo punto. La cosa è vera, ma fino a quando si tratti di gruppi, di categorie emergenti dal cuore di società moderne, già tanto ricche e disumane da poter essere tolleranti senza rischio. In occidente, infatti, la donna ha l’uso della voce (dico l’uso pubblico) e la benedizione del potere, ma solo perché è già dalla parte del potere (in questo caso industriale, scientifico, solo marginalmente politico) e in tal caso si trova proprio dalla parte giusta: quella di chi intende mistificare e sottomettere il dolore degli «ultimi».

Devo esprimermi con domande di colore radicale da una parte e dall’altra quasi religioso: che luogo occupano oggi la voce e il potere delle donne che hanno trovato o cercano (e troveranno) la loro importante collocazione nel quadro dei valori occidentali (valori industriali)? Che luogo occupano oggi tutti gli altri, i rimasti fuori? Che valore hanno i diritti degli ultimi (bambini, vecchi senza denaro, giovani senza destino)? E infine che luogo, che rilievo ha, nel loro nuovo potere (la parola) lo sterminato mondo animale? L’altra parte del cielo non è stata forse assunta alla dignità della «voce» solo perché ha consegnato questa voce alla perenne dittatura dell’uomo e questa voce, che ora essa usa, è quindi di nuovo vincolata ai vecchi patti del silenzio sul dolore delle vittime? Per accettare in pieno, come vorrei, l’affermazione che le donne, almeno occidentali, hanno trovato una voce e la usano davvero al femminile, secondo regole nuove, alte regole del vivere, le sole degne, dovrei essere sicura che questa pretesa parte del cielo non sia ancora semplicemente la parte del vecchio uomo.

Lo temo, perché le donne che emergono, in ogni paese dell’occidente, presentano programmi riguardanti unicamente il corpo della donna e il diritto al benessere e alla felicità del corpo, al suo trionfo direi. E questo non mi pare nuovo, tranne che nell’estensione del fenomeno, mi sembra di riconoscervi qualcosa che è sempre stato, e sempre è stato gradito all’uomo e che divide con l’antico una stessa tetra caratteristica: l’assenza di voce (dico di voce nuova, di voce umana) l’assenza di qualsiasi rivoluzionaria visione del mondo. Nella voce delle donne, almeno oggi, io vedo l’obbedienza di ieri alla loro natura, ai loro uomini, al loro privatissimo e gioioso potere. E continuo a domandarmi: su cosa vive, di che si alimenta questo potere? Vive come nel passato, con la differenza che ora gestisce apertamente il proprio essere e avere, ma nel passato, sul silenzio delle vittime: la natura e il mondo.

Crederò alla inviolabilità del corpo femminile, quando la donna avrà proclamato l’inviolabilità della natura, del mondo e si batterà per essa. Finora io non vedo che cose vecchie. Vecchio l’uso e l’abuso del corpo, il suo scadimento a merce, vecchie le bugie sull’amore, vecchia l’obbedienza ai costumi dell’uomo, vecchio il matrimonio (intollerabile, ma sempre considerato un dogma, il destino biologico della donna), vecchissimo l’aborto e la diffidenza per il controllo di sé (non sarà una nuova schiavitù?). Ma con una variante tenibile rispetto all’antico: il pubblico disprezzo del capitale genetico, di ciò che esso porta con sé dalla più profonda antichità. Il diritto di vita e di morte sul bambino si esercita come sempre a favore dei diritti del corpo e dei diritti dell’uomo su questo corpo, con la complicità della legge o della scienza.

Alimentarsi, vestirsi, sfruttare ogni occasione e possibilità per portare un piacere a sé stessi, vivendo sullo sfruttamento e l’uso efferato degli animali, il disconoscimento perenne del loro dolore, non sembra una colpa o un reato alla donna. Essa ha una voce, si dice; scrive libri, li pubblica, di lei si parla; pensa e ottiene delle leggi a suo servizio. La natura e la vita muoiono; e passano ai grandi mercati; solo la donna, la donna occidentale, resta splendida come una statua, intatta sui mercati della vita.

Siamo ancora in attesa, dunque, dell’altra parte del cielo. Quando questa parte avrà una voce, una sua filosofia, quando la donna si sveglierà e riconoscerà che solo il cielo vero, i fiumi, le foreste, il corpo dei bambini, tutti i gioielli della natura, sono veramente inviolabili, che uomo e donna non sono padroni della vita, ma figli e che occorre rispetto e compassione della natura, prima ancora che delle ideologie, se si vuole continuare a vivere sulla terra, a veder vivere la terra e se si vuole che questa non debba trascinare, nella sua caduta, anche il vincente, glorioso corpo umano; solo a questo punto si potrà dire che la donna ha rotto il silenzio. La parola, prima che suono emergente tra i suoni della natura, non può non essere che il grido della natura stessa, là dove la bontà, che è ragione, non è giunta, e la Forza posa il suo piede. Non può respirare se non a servizio di questa straziata natura. Non può scrivere sul suo sigillo segreto, quello che ha scritto un certo principe straniero sul suo stemma: «io servo!».

Non dire: «mi servo», se hai voce. Ma chiedi alla tua voce di servire. Saprai allora che la tua voce è nuova e se l’attende un’aurora… o la notte di sempre!

 

legnaia

Colors: I cigni neri, e i loro colori

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph: Fonte Silvia Meo

 

 

… una persona che ha ricevuto una vocazione autentica è potenzialmente un cigno nero, perché è unica, irripetibile, non programmabile, né lei né nessuno sa cosa diventerà, nessuno sa quale impatto avrà la sua vita su quella degli altri…

Ogni vocazione è un evento cigno nero – imprevedibile, inattesa, e con un potenziale infinito.

Luigino Bruni, pp.10/11

 

Presso il mio studio di psicologia, un pensiero condivisibile già nel primo incontro riguarda la singolarità di ogni essere umano, custode di una scatola di colori nascosta e inutilizzata che si svela, in un tempo personale e in un modo originale, attraverso il lavoro di consapevolezza.

La teoria del cigno nero si riferisce agli eventi inaspettati, imprevedibili, rari. In ogni comunità richiama la capacità di registrare l’incertezza come un’opportunità di trasformazione, rompendo le righe, mischiando le carte, perdendoci in percorsi ignoti. Il nero non è il contrario della luce ma il supporto, la premessa, la condizione per tornare a godere delle molteplici sfumature.

Scrive Alain Badiou: Il nero dell’anima non è mai una presenza banale, è sempre una rivelazione… Insomma, il nero diventa il colore dell’animo solo dopo che un qualche brutale incidente ce l’ha rivelato tale. Il bianco, invece, è semplicemente il fantasma dell’ignoranza. Ogni sapere è sapere del nero, e il nero giunge di sorpresa. (p.27)

Ogni persona rappresenta un cigno nero: dinanzi a noi è inaspettata, ingovernabile, mai totalmente catalogabile in una diagnosi definitiva, sorprendente nella possibilità di comprensione di sé e di rinascita. Il cigno nero non nega la luce e non nega i colori, semmai ne avverte la mancanza e desidera lo svelamento, la caduta del velo di difesa. Scegliendo di comprometterci nella relazione, la diversità dell’altro/a rimane come un fastidio, come un difetto, sfuggendo a descrizioni ristrette e approssimative, difendendosi dalla facile omologazione, vanificando le aspettative e la tradizione.

Il nostro apparato visivo dispone di una tavolozza di colori che va dal rosso al viola e ignora l’infrarosso e l’ultravioletto. Diventiamo migliori e capaci di essere concavi/e, accogliendo la storia diversa dell’altro essere umano, il suo copione che, necessariamente confliggendo, incontra il nostro, diverso, nelle luci e nelle ombre, negli aspetti neri e in quelli colorati.

L’altro/a ci interroga, capovolge il programma, rompe lo schema, altera la linea dritta dell’intervento formativo ben preparato. Sempre sperimentiamo l’essere eletti/e e condannati/e alla relazione, avvertendone tutto il fastidio, il peso nella responsabilità e la forte carica di éros che rimette in circolo la curiosità. Attraverso l’altro/a vediamo i vari prismi e arcobaleni, nella totalità mescolata e indifferenziata di tutte le tonalità.

Ché sia benedetta la pratica psicologica e i cigni neri che le si rivolgono, impoveriti, disarmonici e vivi nei molteplici colori svelati.

Sono grata agli studiosi da cui partono le riflessioni e le spinte per approfondire:

  • Luigino Bruni, I colori del cigno, Città Nuova Ed., 2020
  • Alain Badiou, Lo splendore del nero, Ponte alle Grazie, 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

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La testimonianza, nella realtà e nella lealtà

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

La rispondenza delle parole al contesto e al vissuto non le rende per questo prive di valore veritativo, anzi. La verità soggettiva è più vera di quella oggettiva, perché viene dall’intimo, che è il suo luogo sorgivo, generata da esseri umani in rapporto sensibile con l’universo. E parla nel qui e ora di una situazione qualsiasi riuscendo a farsi udire nel frastuono di questo mondo.

Luisa Muraro, 2015

Ho interesse per gli esseri umani che, in superficie, appaiono sconfitti, da dimenticare, per le vite silenziose e indifese in questo mondo dove l’urlo e la persecuzione sono valutati come forza di carattere o, peggio, come forza femminile. Credo sia possibile guidare la propria crescita come testimoni credibili, partendo da sé, dalla propria storia e condividendo la riflessione con il prossimo, con le persone intorno a noi.

Qualche giorno fa, è morta Licia Rognini, vedova di Pino Pinelli, l’anarchico inspiegabilmente precipitato, la notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969, da una finestra della stanza del commissario Luigi Calabresi, nella Questura di Milano, dove era trattenuto per accertamento, a seguito del massacro di Piazza Fontana.

Nel ’69 avevo dieci anni e non ricordo nulla; nel 1982 seguii la riconciliazione istituzionale fra Licia Rognini e Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi. Contro ogni tentata archiviazione, quella pacificazione è diventata un simbolo per facilitare e nutrire la memoria. Verso i quarant’anni, negli anni duemila, lessi, sulla vicenda, Pinelli. Una finestra sulla strage di Camilla Cederna, vidi l’opera teatrale di Dario Fo, Morte accidentale di un anarchico, e acquistai Una storia soltanto mia, un testo che ancora mi accompagna. Licia Pinelli rimase silenziosa e si autocensurò per una decina d’anni, prima di raccontare la storia vissuta al giornalista Piero Scaramucci che la trascrive con partecipazione onesta.

Ma perché continuo negli anni a interessarmene, come psicologa? Per non smettere di capire, di pensare, di discernere, di indignarmi, appestata come mi sento e sono, sempre di più, nelle dinamiche del dominio che sottomette, silenzia, umilia, delegittima. L’impegno dura tutta la vita, attraverso i momenti di stanchezza e i tempi lenti di rinascita: Creare è resistere. Resistere è creare, ricorda lo scrittore Stéphane Hessel.

E apprendo a non smettere la voce, continuo a distinguere la parola, quando si rivela profonda e potente, potente per energia, a favore della comunità sociale. Me ne occupo ancora perché le versioni ufficiali interessano lo studio della comunicazione, nei metodi e, soprattutto, nelle visioni che trasmettono. Mi appassiono perché, in dispregio di telecamere e di palcoscenici, una donna irriducibile e mite ha offerto la sua testimonianza quotidiana, per 55 anni, continuando a credere ostinatamente nello Stato di diritto, senza concedere nulla al sentimentalismo. L’autorità che esprime la figura di Licia Pinelli è feconda perché si costruisce nella realtà e nella relazione, nel conflitto e nella fiducia.

Apprendo che si può nutrire la coscienza civile attraverso la memoria collettiva e la riflessione sulle vicende considerate, con l’atteggiamento fermo senza che sia eroico, con la parola tranquilla e tenace. Apprendo a proporre visioni e metodologie differenti, riconoscendo e non assecondando le strutture gerarchiche e di dominio. Licia rimane una donna riservata, discreta, una testimone che non sfida, non rivendica, non urla, non svaluta: per tutto il tempo del respiro, mantiene l’orientamento alla verità, sostenendo le proprie ragioni con energia, capendo le ragioni dell’altra persona senza cedere il proprio diritto.

… la questione della giustizia per me è una cosa più ampia. Avere giustizia è che tutti sappiano la verità, scrive Licia. E per le donne, molto spesso, c’è un sovrappiù di ingiustizia e di fatica. Gli abusi, le bugie e gli oltraggi sono nelle figuracce del potere che manifesta tutti i disturbi della comunicazione: la condiscendenza, i modi bruschi, la segretezza, l’evasività.

È questa la scelta politica che trasforma e rivoluziona il sistema mentale che, al contrario, massacra e toglie il respiro. Impariamo da donne doloranti e libere a vivere politicamente la vita, ad acquisire un atteggiamento e un linguaggio di realtà, orientato al rigore e alla fermezza, più che a far la politica sotto lo sguardo del potente di turno che normalizza i comportamenti vessatori, le parole offensive e le mistificazioni. La giustizia è sempre una questione di amore e l’amore è legato alla ricerca della giustizia.

Noi facciamo sempre politica, in ogni momento della giornata, qualsiasi cosa facciamo, perché tutte le nostre scelte hanno un’influenza sulla vita sociale.

Licia Rognini Pinelli

Sai, non è che tu ti rivolti solo per amore. Se ami molto, se è solo amore, rimani schiacciata dal dolore. Reagisci se cercano di calpestarti, umiliarti, renderti zero, reagisci per una questione di giustizia, non reagisci solo per amore.

Licia Rognini Pinelli, 1982

 

Riferimenti bibliografici

  • Licia Pinelli, Piero Scaramucci, Una storia soltanto mia, Milano, Feltrinelli, 2009
  • Stéphane Hessel, Indignatevi!, add editore, 2011
  • Camilla Cederna, Una finestra sulla strage, Milano, Feltrinelli, 1971
Ph.Fonte Silvia Meo

Il paesaggio del ritorno

Ph.Fonte Silvia Meo

 

 

 

 

 

 

 

Ph. Fonte Silvia Meo

 

Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi. Nel dirlo tracciò, fuori dalla ruota, una piccola punta per ogni raggio, e poi una piccola onda tra una punta e l’altra. Otto montagne e otto mari. Infine fece una corona intorno al centro della ruota, che poteva essere, pensai, la cima innevata del Sumeru… E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru? (Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, 2016, p.116)

Anch’io ritorno dal giro delle otto montagne. Le trasformazioni inevitabili, i traslochi faticosi, le traduzioni incerte di lingue e di linguaggi segnano i radicamenti e le migrazioni interiori, con tutto il tempo che è servito. Costruiamo l’abitazione per il riposo, per lo studio, per l’incontro, per la preghiera con l’esperienza anche dell’età, e con il lavoro continuo di indagine interiore.

Da due mesi, non esco più dallo studio per tornare a casa, rimango nello stesso ambiente identitario. Non avere luoghi interni ed esterni, personali e lavorativi, mi permette di godermi i disallineamenti, i progetti, le delusioni, il dolore, senza infingimenti, senza soluzioni forzate, senza diluizioni: tutto qui dentro, a contagiarsi. Non posso uscire dallo studio per riprendere fiato altrove, a casa, oppure il contrario, come prima. Rimango nella sindrome di accerchiamento, nella casa-bottega.

Dal 1984 sono entrata e uscita, dallo studio, da casa dei miei, dalla casa con mio marito; i viaggi per lavoro, per vacanza, un movimento continuo per quarant’anni, anzi, quarantacinque, contando gli anni dell’Università a Roma. Di tutte le viandanze è qui che registro la restanza, di salvezza e di alleanza. Sono dove sono sempre tornata. Certo “la potatura necessaria dei rami non deve diventare amputazione del disegno vocazionale” (Luigino Bruni, I colori del cigno, Città Nuova Ed., 2020, p.24)

Il periodo sciagurato del covid evidenziò quanto fossi consumata dai traffici e dalle mancanze, come le mie cartilagini. Come non mai, raggiungo un punto di indistinzione e il mio posto nel mondo coincide con il posto in cui vivo e lavoro. L’inadeguatezza, l’inconcludenza, l’attesa sono le condizioni, la cifra dell’abitare questo luogo. Il successo, il raggiungimento dell’obiettivo non sono gli indicatori del senso e del valore che ha, in ogni caso, l’opera incompiuta, complicata e faticosa. “Camminare nello spirito è chinarsi verso la terra, non ascendere verso il cielo. È diventare più umani, non più divini, più uomini non più angeli” (op.cit.L.Bruni, p.53)

C’è sempre un luogo a rendere possibile i legami d’anima e le guarigioni, un luogo a ridisegnare il confine, inteso come separazione e come protezione ed esperienza dell’altra persona, di là, che è diversa. Giungo alla mia dimora, prossima al mio nucleo esistenziale, sbilenca, sgualcita, determinata e felice. E ha senso sentirmi smarrita in un luogo pur familiare. Mi consegno a questo posto di lama e di ricordi, come una residenza e un rifugio, come un dormitorio e una cella, come un laboratorio, uno studio professionale e uno spazio riservato. Abito la casa dei libri che ad uno ad uno, ogni giorno, mi vengono incontro.

Le parole che ispirano questa riflessione sono dello psichiatra Vittorio Lingiardi, sulla rivista online Snaporaz, pubblicate il 26 marzo 2023: i mindscapes sono luoghi sospesi tra mondo interno e mondo esterno. Sono i luoghi della nostra soggettività: abitano la memoria e lo sguardo, esprimono la nostra connessione con la storia familiare e collettiva, fondano la nostra dimensione estetica. Se landscape è il paesaggio come scena naturale, mindscape è il paesaggio come scena psichica: lo guardiamo perché ci ri-guarda.

Nel romanzo Babilonia, Yesmina Reza scrive una frase…: «Non si può capire chi sono le persone fuori dal paesaggio. Il paesaggio è fondamentale. La vera filiazione sta nel paesaggio. La stanza e la pietra non meno che il taglio del cielo». Per salvare l’ambiente, psichico e naturale, apprendiamo a guardarlo, a raccontarlo, a dipingerlo.

Qualunque racconto parte dall’analisi personale: è il materiale della narrazione, il dialogo continuo fra la realtà, la memoria e l’immaginazione. L’essere umano è onomaturgo, è creatore di parole, è coniatore di parole, dice il linguista Bruno Migliorini, menzionato da Vera Gheno in Grammamanti.

Le percezioni visive che diventano visioni mentali, dialogo genetico-culturale, primo incontro con il volto di chi ci ha guardato. O ha distolto lo sguardo. Ogni viso nasconde un paesaggio e ogni paesaggio è abitato dall’enigma di un viso amato. I filosofi Deleuze e Guattari coniano l’espressione paysage-visage. «Tua madre», ci domandano, «è un paesaggio o un viso?».

Stamattina per tre ore ho scelto di stordirmi con il rumore degli insetti e dei gatti e con il loro odore acre, sgradevole. Nel silenzio dell’alba, la terra è differente e l’acqua intona versi stonati. I luoghi santi hanno pazienza, attendono il tempo dei giri lunghi dell’amore e della comprensione. Durano, i luoghi santi, e trasudano storie e spirito. La cura di sé prevede necessariamente un luogo di comunità antica. L’autocoscienza è un atto, l’atto di devozione verso la vita che matura uno sguardo vigile su di sé e sul contesto.

A certe comprensioni si arriva solo rallentando e arrestando il movimento e la lama è come un corpo vivo fra me e il mondo, a separare ciò che non può più confondersi. Il luogo che rivela i pensieri e i desideri rinnovati attraverso lo scavo interiore, risentendo le presenze che mancano, le presenze sentite nutrendo l’ombra, non attraverso le azioni meccaniche.

E La Comunità di Ricerca  è costituita da chi rimane e passa, anche casualmente, da chi si allontana e poi ritorna, a sperimentare un’idea diversa di società fra i libri, gli agrumi, gli ulivi e l’orto minimo, fra le pezze antiche e i pensieri silenziosi, le conversazioni e le scritture condivise fra dispari.

Convinta che la psicologia e l’architettura hanno una prospettiva ampia in comune, condivido alcuni brani della profonda riflessione di João Nunes, architetto e paesaggista portoghese, dall’articolo Paesaggi, passaggi, pubblicato in Lettera Internazionale, una rivista che non c’è più e che ha contribuito alla mia formazione:

… Il paesaggio ha modificato nel corso degli anni il suo significato fino a tradursi, al giorno d’oggi, nell’insieme delle impronte lasciate sul territorio dalle diverse comunità e dai diversi individui che lo condividono, sovrapponendosi a quelle della genesi fisica del territorio stesso e a quelle corrispondenti alle trasformazioni a cui è estranea la comunità vivente. Si tratta insomma di un insieme di impronte codificato dal sistema di significati; il paesaggio sarà, dunque, il complesso di relazioni a cui tali impronte corrispondono come manifestazioni percettibili della vita: relazioni che si sviluppano tra individui della stessa comunità, tra individui di comunità differenti, tra comunità differenti, collettivamente, e tra tutti loro e il territorio; relazioni che implicano uno sforzo di sopravvivenza, un meccanismo per assicurare la sopravvivenza della comunità, un gesto di protezione delle generazioni precedenti verso quelle successive. Le impronte, in sé, sono banali (corrispondono ai marchi causati da gesti semplici, quotidiani, spesso automatici e involontari); le ragioni che stanno dietro a tali gesti sono altrettanto banali (sopravvivere, vivere, appropriarsi dello spazio, proteggere i figli, calpestare, correre, saltare, accoppiarsi). E tali impronte si imprimono su uno strato precedente fatto di altre impronte di altri individui, della stessa o di altre comunità, o su impronte di erosione, di degradazione materiale del territorio stesso, anch’esse banali, causate da pioggia, vento, sole. Sono impronte elementari, in tutti i sensi, che costituiscono la manifestazione di processi legati ai fatti basilari della vita. Allo stesso tempo, sia a causa della sovrapposizione che si attua nel corso del tempo, sia per la complessa rete di relazioni che si esplicano in un paesaggio considerando tutti gli individui, tutte le comunità, tutte le ragioni, tutti i fenomeni geologici fondamentali della geomorfologia di un luogo e tutti i processi entropici legati ai processi di trasformazione per erosione, per degradazione, per alterazione dell’ordine iniziale di formazione di tali territori, il testo che si va così costruendo si rivela complesso e difficile da decodificare. Ciò significa che il paesaggio dovrebbe essere considerato una rappresentazione complessa dei processi in atto su un territorio e della sintesi storica dei processi passati che può essere descritta oggettivamente attraverso lo studio delle caratteristiche del territorio, delle comunità e delle loro relazioni.

… Possiamo, così, pensare al paesaggio come a un concetto a cui corrisponde non una situazione che è dato riconoscere e percepire, profondamente associata alla percezione visiva – ricordiamo che la definizione corrente del dizionario per il termine “paesaggio” è: “parte di spazio che la vista abbraccia con uno sguardo” –, quanto piuttosto a una situazione associata a un funzionamento di cui percepiamo l’unica manifestazione in grado di farci capire ciò che accade quando si interferisce con quel funzionamento. Il concetto di paesaggio, in quanto direttamente associato alle impronte di ciascun momento, di ogni generazione e di ogni cultura che si sovrappongono nello stesso luogo, è profondamente legato alla trasformazione. Il paesaggio è qualcosa in continua evoluzione ed è funzionale alle convinzioni che in ogni momento portano a gesti diversi a cui corrispondono impronte diverse per la soluzione di problemi di sopravvivenza delle comunità, diversi in ogni momento.

 … trasmettere paesaggi vuol dire anche responsabilità nel suscitare presso il potere, democraticamente istituito o meno, i modelli e i valori fondamentali per una costruzione del paesaggio equilibrata e valida per le popolazioni. Così, “comunicare paesaggio” si trasforma necessariamente e implicitamente in uno strumento di costruzione del paesaggio, dal momento che “comunicare paesaggio” costruisce la possibilità di sostituire lo stato di coesione culturale di altri tempi, ma permette anche di spiegare la portata e la perfezione di alcuni processi di costruzione del paesaggio di epoche passate che costituiscono oggi punti di riferimento universali. D’altra parte, trasmettere paesaggio in modo completo e profondo, anziché attraverso la ripetizione di modelli di comunicazione superficiali e mediocri, potrà essere un modo di divulgare e discutere modelli di trasformazione includendo la dimensione economica della trasformazione, suscitando nelle persone a cui arriva la comunicazione la coscienza dei processi che stanno dietro la formattazione delle piattaforme fisiche necessarie allo svolgimento delle loro vite, e ancora permettendo loro di venire a conoscenza sia dei processi che, in passato, hanno finito con l’essere responsabili del mondo così come oggi lo vediamo, sia delle logiche di trasformazione inerenti alle opzioni di vita e alle decisioni che, prese oggi, prefigurano gli scenari del futuro. Perché, infine, trasmettere paesaggi è anche un’altra cosa: è creare le condizioni di costruzione dei paesaggi del futuro, dei paesaggi in cui i nostri figli e nipoti vivranno, è trasmettere loro, fisicamente, i paesaggi che abbiamo saputo creare.