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Minotauri

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

 

 

… l’impianto che Dedalo aveva costruito con l’intento di proteggere l’essere mostruoso dagli uomini e gli uomini dall’essere, un labirinto dal quale nessuno, una volta entrato, avrebbe mai più trovato la via d’uscita, fatto di mille e poi mille pareti di specchi rispecchiati in altri specchi, così che l’essere stava accovacciato non solo di fronte alla sua immagine, ma anche alle immagini dell’immagine sua: vedeva davanti a sé un’infinità di esseri identici a lui stesso, e quando si girò per non vederli gli apparve un’altra infinità di esseri uguali a lui…

(F. Dürrenmatt)

 In psicologia, con il termine identità intendiamo il senso del proprio essere al mondo, e parliamo di identità conscia riferendoci alla riflessione che ogni soggetto fa sulla propria continuità temporale e sulla differenza dagli altri.

Il progetto esistenziale di ogni persona riconosce il cucciolo di essere umano come competente, capace di attenzione, di memorizzazione, di apprendimento; riconosce un soggetto attivo e autodeterminantesi che chiede la reciprocità all’altro e all’ambiente, in relativa libertà di scelta. Attraverso lo scambio, ogni persona forma la primaria identità, nutrita anche da vissuti inconsapevoli.

Il copione individuale, familiare e culturale, con i rituali, le credenze, i modelli e i protocolli, le decisioni primitive, serve a identificarsi, a iniziare il cammino di autocoscienza, nell’attaccamento e nell’adattamento. Nelle diverse tappe del ciclo vitale la persona aumenta in consapevolezza, amplia le proprie possibilità e sviluppa le potenzialità, oltre il primario copione limitante, pur sempre protettivo.

Nell’attività di psicologa formatrice registro, da parte di molti, come l’identità diventi un’arma di dominio e di sopraffazione. Rilevo, sempre più frequentemente, l’orientamento a rimanere sulla soglia dell’io autoreferenziato, al limitare del pensiero, del sentimento, della relazione circolare, senza la gioia e il tormento della trasformazione, a perdersi e a ritrovarsi nelle relazioni.

Nessuna identità sana può mantenersi statica, determinata, immobile e risultano ridicole le barricate per difendere gli orticelli identitari personali. Rimanere porosi e dinamici presuppone il cambiamento delle categorie mentali di sopravvivenza, precedenti al cammino di consapevolezza.

Rimanere imbrigliati nella primaria identità non consente di custodire proprio l’origine, il senso, la tradizione che vorremmo difendere e portare con noi nelle evoluzioni che si susseguono in tutto il percorso esistenziale. Continuare a rivendicare la propria identità personale, politica, sociale, economica, rappresenta una difesa psicologica.

Ci rende infelici la pretesa di identificare e di fortificare una identità che, anche inconsapevolmente, è andata già modificandosi nel contesto e nella relazione con il prossimo. Ogni persona è una risorsa, non appartiene a nessuno, neanche solo a sé stessa: è a servizio della relazione, a servizio della comunità.

L’identità sana, feconda e generatrice, è nel cambiamento, proteggendo il nucleo originario e trovando un equilibrio, mai raggiunto in modo definitivo, fra la tolleranza e l’assimilazione, fra l’originalità di ogni creatura e la sua universalità, fra la base, le radici e il desiderio.

In ogni percorso di rinascita, paradossalmente, assumiamo molti aspetti del copione infelice, sebbene chiediamo di modificarlo. Le vecchie abitudini copionali ci rassicurano. Al contrario, le energie psichiche, le riflessioni, le azioni sconosciute possono spaventarci. L’infinito susseguirsi di se stesso è l’alienazione di ogni identità. Il copione comodo e scontato, ripetitivo e assoluto, categorico e non comparativo, non è solo il contrario del benessere, è la sua perversione. Solo l’essere umano che non si ripropone uguale è generativo, è produttivo.

La psicologia analitico transazionale chiama Auto-rigenitorizzazione, Self Reparenting (J. e A. Schiff, 1975), il processo di autonomia intrapreso da ogni persona. In modo estensivo, seguendo la guida psicologica, continuiamo ad ampliare un io cosciente con i vicini, con i cittadini del Paese, con il regno animale, con tutti gli esseri viventi. Costruiamo la visione ecologica dell’umano e promuoviamo la condivisione, ridecidendo ed evitando la riduzione dell’io all’uniforme, risolvendo l’avvitamento sterile sulle abitudini e sulle convinzioni obsolete.

La vita contiene in sé stessa un continuo appello di identità: … stupore e dolore e speranza e attiva costruzione di sé come particella infinitesimale ma irripetibile di un genoma, come nota impercettibile e necessaria di un concerto, che non sembra in se stesso aver risposta se non lo si ponga in una misura, appunto, che lo trascende. (Romanini, 1992).

La costruzione dell’identità fondativa è utile nella misura in cui rimaniamo disponibili, nella realtà quotidiana, al suo ampliamento, all’approfondimento, nello scambio di reciprocità con l’altro, riconoscendo assieme l’umanità e la mostruosità come parti di sé.

Certo, è improponibile la felice intesa, con sè stessi e con gli altri, in cui le divergenze vengono meno, in cui viene assorbito il conflitto, in nome di una comune omologazione. Non ci sono sintesi frettolose, patteggiando un punto a favore dell’uno e un punto a favore dell’altro. Timorosi e guardinghi, non troviamo l’accordo necessariamente, non cediamo una volta sì e l’altra no, non tolleriamo, ma rimaniamo nel conflitto aperto, sulla via della ricerca, senza la paura della diluizione di sé nell’altro, continuando a mantenere vivo il ripensamento e il confronto.

Per uscire dal labirinto della coazione a ripetere, per riconoscere l’inganno dello specchio che riflette l’uguale, sveliamo di essere assieme Minotauri condannati e Arianna eletti/e, come nella ballata di Dürrenmatt, a offrire una possibile rilettura del mito. La situazione è capovolta: siamo noi i mostri teneri e ingenui, vittime e sottomessi alle costruzioni sociali e politiche inumane. Il dubbio di essere attaccato si insinua nell’animo del Minotauro di Dürrenmatt; quando incapperà nella prima vittima sacrificale è preso dalla gioia, il mostro danza e afferra la giovane, ma non sapendo governare la propria forza, la uccide. Il poveretto non capisce nemmeno quel che è accaduto, perché non conosce la differenza tra la vita e la morte.

Attraverso il lavoro di conoscenza e di coscienza rispetto al copione personale e al copione collettivo, per ogni persona, è l’ora di risolvere la matta bestialitade (D.Alighieri, Inferno XI, 82-83) che la rinchiude nella follia paranoica, abusante di sé e del prossimo, nelle rigide strutture giudicanti, nel delirio del nemico sempre esterno a sè.

Il labirinto diventa palestra di formazione, il breve apologo un racconto di trasformazione, in cui l’inseguimento tra il Minotauro e la fanciulla si fa emblema del desiderio inappagato e continuamente ricercato di sentirsi non più isolati ma parti vive di una comunità. La tragedia di infinita solitudine dell’identità fissa negli specchi, diviene l’intuizione di sé, la percezione di liberazione e di rinascita. È questo il lavoro della formazione psicologica.

Arretrò, e così fece la sua immagine, e un po’ per volta scoprì di essere di fronte a se stesso. Cercò di fuggire ma ovunque si volgesse si trovava sempre si fronte a se stesso, era murato da se stesso, era ovunque se stesso, ininterrottamente se stesso, rispecchiato all’infinito nel labirinto. Avvertì che non esistevano tanti minotauri, ma un minotauro solo, che esisteva un solo essere quale egli era, […] che egli era l’unico, l’escluso e rinchiuso per sempre.

Lui danzò la sua mostruosità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la sua gioia di averla trovata, lei danzò la sua paura d’essere stata trovata, lui danzò la sua redenzione, lei danzò il suo destino, lui danzò la sua cupidità, lei danzò la sua curiosità, lui danzò la sua attrazione, lei danzò la sua repulsione, lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo abbrancare.

(F. Dürrenmatt)

Riferimenti bibliografici

Friedrich Dürrenmatt, Minotauro, Adelphi, 2021

François Jullien, L’identità culturale non esiste, Einaudi, 2018

Christian Raimo, Contro l’identità italiana, Einaudi, 2019

Maria Teresa Romanini, Costruirsi persona, La Vita Felice, 1999

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