Ph. Fonte Silvia Meo
La spinta a questa riflessione custodita per alcuni mesi è la lettura del testo di Francesco Piccolo, Son qui: m’ammazzi, pubblicato a gennaio scorso da Giulio Einaudi. Seguo l’autore e, in ogni suo libro, attendo un discorso che faccia la differenza, uno sguardo diverso e non consolatorio, un’indicazione di prospettiva oltre i modelli culturali conosciuti.
Ritrovo una narrazione furba e convincente, non indispensabile né innovativa. E che Piccolo citi Carla Lonzi per farsi bello mi inquieta: «Noi neghiamo come un’assurdità il mito dell’uomo nuovo». Da secoli gli uomini sono avvezzi a confortarsi e a stringere patti fra loro, sorridendo compiaciuti e nominando la parola di donna per riconoscenza formale, per quieto vivere. Insomma, vale sempre la retorica di genere della protezione.
Il patriarcato, morto o moribondo, è allo stesso tempo sotto assedio e al potere, come affermano Gilligan e Snider, in Perché il patriarcato resiste? Resiste attraverso un ordine normativo, fatto di leggi e codici, e rimane, purtroppo, la struttura portante di una società costruita intorno alla divisione del lavoro, alle forme di oppressione, alla violenza pubblica e privata e agli immaginari collettivi.
E menomale che Francesco Piccolo se ne accorge, da Boccaccio a Starnone, passando per Verga, Manzoni, Bassani, Calvino: La coscienza di essere trogloditi, sopraffattori, violenti, arroganti, egocentrici, ce l’abbiamo da un po’ di tempo – probabilmente non per merito di un’autocoscienza, ma alla fine comunque ce l’abbiamo. Eppure non ci ha fatto migliorare.
Il saggio pur tardivo è interessante e vale il tempo della lettura, di capitolo in capitolo, dal periodo classico a quello contemporaneo, riprendendo la costruzione del paradigma umano virile nei testi della letteratura ufficiale. La figura maschile o con le caratteristiche ritenute maschili, rimane con la stessa prepotenza, a mantenere la continuità fra Stato e Famiglia, a relegare le donne all’interno della casa, per costruire i legami affettivi fra i cittadini e la patria. Le donne possono partecipare al dibattito pubblico per confermare le mentalità e le regole maschili – autonomia, indipendenza, forza, razionalità, spirito guerriero – e per ringraziare della parità.
Il patriarcato non è un sintomo, è la malattia del sistema e pare fortificarsi, nonostante le crepe, le dissonanze, le sfaldature segnalate da Piccolo. Lo scrittore offre la rilettura, attraverso molte opere letterarie, di mascolinità egemonica. 148 pagine di generalizzazioni, stralciando in modo strumentale, riducendo il senso delle opere, decontestualizzando, interpretando a piacere.
Tutti, pavidi, conservatori, reazionari, contribuiamo a far passare una certa idea binaria di uomo e di donna oppure di caratteristiche maschili sovraestese, nei linguaggi e nei comportamenti, che illusoriamente rappresenterebbero i colori dell’umanità intera. È il processo di pensiero e di scrittura a essere maschilista e violento, oltre al contenuto specifico: l’autore si compiace di essere alla moda, seguendo le linee guida di pubblicazioni al femminile, quotidianamente dispensate dalle case editrici. Nel testo, il dito e la luna combaciano.
Racconto due episodi accaduti a me negli ultimi mesi.
Con garbo, nei gruppi di lavoro, mi riduco al silenzio riconoscendo che, dato il mio copione, la mediazione mite è l’apprendimento difficile di una vita. Però risento l’amarezza di alcuni miei ultimi silenzi che, a ripensarci, ritengo inadeguati. Vale sempre il timore di passare dalla parte del torto e di dovermi pure difendere da un nemico che non registro, considerando la creatura umana spesso inconsapevole. Ma certe ignoranze rischiano di rendermi complice di un sistema lavorativo che mi ha tenuta ai margini e con cui, a costi alti, continuo a confliggere.
Proseguo sulla via condivisa con la committenza e lascio fluire le miserabili situazioni incresciose, dimentico i fastidi che valuto minimi, lascio correre le impertinenze o le ingenuità perché ciò che conta è la salute dell’anima, fisica e mentale e il servizio alla comunità.
Avverto la banalità greve nelle sfumature fastidiose che non modificano il colore buono di fondo, nello stridore delle interazioni-tranello che penso sempre di poter riutilizzare, rilanciandole ironicamente, come esempi, nel processo di coinvolgimento collettivo. Mi propongo di togliermi il vizio dell’ultima parola, ma voglio riprendere la virtù del togliere la parola al patriarca di turno che insegue il consenso e pretende di emergere a tutti i costi.
Sono andata in pensione e ho scelto di continuare a offrire il mio contributo alla formazione, mai gratis ma, talvolta, in gratuità. Gratis è aspettarmi in qualunque modo qualcosa in cambio. La gratuità, invece, è facilitare la creazione di circoli virtuosi: ché possa circolare il bene, anche come educazione civica, e che torni a me, da qualunque parte e in qualunque modalità.
L’indignazione, quando l’avverto, più del freddo della sala in cui ci incontriamo, diviene strumento di risveglio violento e allora sono tignosa, testarda, irremovibile. Non scambio per maleducazione i comportamenti che riflettono i sintomi di un’appartenenza, anche inconsapevole, a una struttura di riferimento maniacale, in cui anch’io mi sento coinvolta in innumerevoli infimi compromessi. Il patriarcato mantiene una struttura rigida e non è il frutto di una distorsione cognitiva personale, ma il depositato stratificato di secoli di dominio.
I comportamenti, i contenuti, gli effetti del patriarcato sono talmente abbarbicati che avverto le mie parole indignate come un’esagerazione, come una malvagità. È faticoso superare la rappresentazione della ingenuità di chi, in fondo, pare esercitare un potere giusto, stereotipato e paternalista, a favore del pubblico.
Di questi tempi, è il caso di mantenere il servizio di guardianìa rispetto a interazioni e discorsi che, a proposito delle Umane Risorse, ancora sono in circolazione e permangono nella mentalità, nella postura fisica e psicologica. Eh no, non c’è posto, almeno quando sono presente, per la cultura egemonica naturale e scontata, a ridurre le persone a sudditi, a utenti passivi dinanzi a riproposte volgari di schemi, modelli, procedure, elenchi, gerarchie fintamente democratiche. Il mio interesse è valutare i fenomeni e non, certo, stigmatizzare le singole persone; è capire i processi che ci portano a finire e a perdurare nelle categorie mentali fisse, nella recita della realtà, capire come ci omologhiamo compiacenti in un sistema che toglie la libertà.
C’era scritto saluto istituzionale e ci ho creduto. E poi, a metà serata, arriva lui: l’autocelebrazione, la vendita becera di sé, quell’imporsi grossolano, mancante di sensibilità rispetto al contesto, alle persone, al tema trattato, a sé stesso. Mi chiedo che figura fa, obbligandosi in nome del presenzialismo. Che c’entra, come si permette, nella funzione basica virile, di interrompere il respiro di anime con una furia inaudita riproponendo il repertorio delle frasi polverose, dei linguaggi obsoleti; poi giù con la mitragliata dei termini americaneggianti, a buttare nel cesso tutte le mie riflessioni, per quel che valgono e, soprattutto, i decenni di ragionamenti, di conflitti, di scritture di Romanini, Montuschi, Muraro, Nussbaum, Buttarelli. L’applausino finale, appena accennato, è il segnale definitivo del precipizio: bravo, mamma, hai detto la poesia, l’hai detta tutta!
Ancora, altrove, stesso giro, stessa giostrina di dominio, in cui i lavoratori e poche lavoratrici, sono ridotti a spazzatura, sottoposti a quel buonismo urticante, alla benevolenza da vecchio regime, a proporre in coppia giochini da gatto e volpe invecchiati tristemente, a ridistribuire baciamani e prebende perché il padrone, peggio se è la padrona, in fondo è buona e ci ha salvati dalla disubbidienza, dal baratro della ragione nostra, ammaestrandoci con le monete più o meno fisse a fine mese.
È grave quando la cultura aziendale intera è ammalata di paranoia: qualunque proposta di cura risulta inaccettabile, ovvio, per colpa degli stessi dipendenti capri espiatori. È inaccettabile anche quando l’intervento viene richiesto con urgenza e a gran voce, perché in fondo pure alla consulente esterna tocca di ossequiare. La richiesta alla formatrice è la benedizione che strizza l’occhio al potente, alla donna comandante, il mantenimento del vecchio copione, mica lo svelamento dei giochi psicologici strutturali.
La scuola di educazione Alla persona® propone la trasformazione, lo svelamento dell’inganno patriarcale, attraverso la psicologia formativa. Qualche attività è ancora ostacolata, negata, svalutata con il sarcasmo, il sorrisino, la presa di posizione patetica io-non-credo-agli-psicolog(h)i. Ma psicolog(h)i chi? Incontro personaggi minimi che si rifugiano nel paradigma vittimario dei poveri ricchi che piangono, dei pietosi in ruolo di prestigio, a raccogliere i diseredati di un sistema che loro stessi contribuiscono a rinforzare.
Nella società del capitalismo avanzato, la psicologia che insiste sull’autostima, sull’affermazione del singolo, sul raggiungimento degli obiettivi personali, sull’essere performante, rischia di essere un inganno. I maschi vigliacchi e furiosi, gelosi e violenti, al centro di romanzi che hanno costruito il canone della letteratura italiana, di cui parla Piccolo, li incontriamo quotidianamente. Così come incontriamo le donne che li imitano, li fronteggiano, li vincono sul territorio ampio del comando e del controllo.
Sento la puzza silenziosa della merda, le torsioni invadenti verso il potere dell’uno, dell’una su tutti. Agisco con rigore: con me in aula non si può; se invitate me, l’opera è a smantellare, non a giocare a nascondino sotto il tappeto, non a blandire, a circuire, a manipolare le persone. La denuncia coincide con il senso stesso della vita personale e professionale e serve a passare il testimone. L’indignazione è per giustizia di vocazione.
Eccomi, nel mio riposo attivo, in trincea, a far circolare modalità diverse di abitare la terra e le organizzazioni. Propongo un Governo Umano delle Risorse che necessita dell’autocoscienza sistematica, perché la conoscenza possa essere scambiata, donata, cristallizzata, strutturata e poi destrutturata.
Il coraggio dell’analisi ce lo possiamo dare. Ci ritroviamo assieme ma non tutti, a custodire le relazioni di éros, organizzando gli incontri appassionati, promuovendo le visioni e le prospettive che si incarnano nella quotidianità di ogni partecipante e che coinvolgono i corpi di ogni persona. Credo nella virtù dei contagi. E della militanza.